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luglio 2015

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Dall’altra parte del gate

30 luglio 2015

4 valigie all’andata e 4 al ritorno, fare e disfare per poi ripartire.

Ogni volta un’avventura. Siamo passati dal tutto organizzato all’ “e adesso come si gestisce l’imprevisto”. Ogni volta un tassello di quell’esperienza, di quell’intoppo, di quel paese, di quei profumi e di quei colori si sommava a noi. Quant’è strano smettere improvvisamente di preparare 4 valigie! Quando succede ti accorgi che il tempo è passato in un soffio… Oggi sono madre di due figli viaggianti, e potessi dedicare loro una canzone, lo farei con “Il peso della valigia” del Liga. Ansie, paure, difficoltà, speranze, sogni…tutto racchiuso in quel trolley rotante.

Ricordo esattamente il primo distacco, destinazione Cina. Il secondo distacco è avvenuto dopo due mesi con il secondo figlio. Entrata in casa ho fiutato le loro stanze, i loro letti ancora disfatti e sono scoppiata in un pianto fragoroso. Oggi, a distanza di due anni sorrido orgogliosa della scelta coraggiosa che hanno fatto. Li ho accompagnati a Malpensa ragazzi e li ritrovo ogni volta più adulti.

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Quello che sento dal profondo del cuore è che ciascuno di noi deve trovare il suo spazio e la propria identità.

Il vero viaggio è dentro di noi, vicino o lontano che sia questa destinazione non importa, l’importante è sentirsi liberi e appagati per le scelte sostenute.

Questa è la felicità. Buon viaggio ragazzi!

 

 

 

S.

Una mamma con la valigia sotto al letto

Guests

Prima il caos: Africa 2015

28 luglio 2015

Sono tornati. Sorrisi, racconti, parole, lacrime e anche un certo odorino. Beppe, Daniela e Marco sono atterrati a Malpensa alle 8.04 dopo un viaggio durato circa 48 ore, fra bus, moto-taxi e aerei. Le parole non mancano e le avventure da raccontare nemmeno. Ci avevano promesso un vero diario di bordo, ma l’Africa è imprevedibile. Vi lascio comunque con le loro parole, con le loro foto e anche con una loro canzone per raccontare il viaggio.

Eccoci qua. Fra 3 giorni scatterà il 10 luglio,il nostro primo bacio, i nostri 30 anni insieme. Non più ragazzini ma ancora sognatori. Sognatori a tal punto che abbiamo deciso di imbarcarci in una avventura, un viaggio che sara’ ” funambolico”: il più lungo, il più intrigante , il più sorprendente, il meno scontato, il meno piatto, il meno noioso della nostra storia. O almeno è quello che pensiamo.

E’ stato come un fulmine a ciel sereno: nessun pensiero, nessuna valutazione, nessuna riflessione. Decisione impulsiva, segno di quell’immaturità e incoscienza che è parte del nostro bagaglio, nonostante l’età, nonostante il tempo. Ci piace pensare che sia la risposta ad una chiamata di Colui che ci indica la strada da sempre e che non sempre siamo in grado di seguire, attratti e coinvolti dalle vie piu semplici e leggere tracciate dalla società’ che ci circonda.

Due figli e due opposti: Giulia con la sua voglia di sognare, i suoi ideali, il suo entusiasmo, Mario con la sua concretezza, la sua disponibilità,i suoi dubbi, la sua riservatezza. Noi, in partenza per la Repubblica del Congo dove ci aspetta una missione umanitaria. Cosa andiamo a fare? Bè questo ancora non lo sappiamo!

Viaggetto leggero leggero: Milano – Dubai – Entebbe – Kampala – Arua – Aru.

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Il passaggio fra la casa e l’Africa è scioccante: colori, odori e contraddizioni che diventano una bomba di emozioni. Ma il primo vero botto è senza dubbio il tratto di strada che ci porta ad Arua . Si chiama “bus comfort”e ha tutto incluso: galline nel bagagliaio, musica africana a palla, strada non asfaltata con buche assurde, fermate a richiesta per “bisogni al volo” e merce di ogni tipo appoggiata in qualsiasi centimetro rimasto libero. Il tutto per “sole” 8 ore. Qualche inghippo alla frontiera (Uganda e Repubblica democratica del Congo non sono proprio amiche) e poi eccoci arrivati alla missione. L’entusiasmo che veniva emanato dai sorrisi e dagli abbracci delle varie sisters, ci ha dato una carica importante: avevamo un obiettivo e non c’era bagno orrendo che ci potesse fermare.

Pensavamo di avere tempo di scrivere tutti i giorni, ma i tempi dell’Africa, seppur meno frenetici dei nostri, non ci hanno dato tregua: luce solo dalle 6 alle 6, niente elettricità e niente illuminazione.

Mi ritrovo sola a scrivere. È domenica e alle 6.30 ci aspettano per la messa (quella delle 10 prevede 700 battesimi e abbiamo pensato che sarebbe stato un po’ troppo). Sono ancora sconvolta,senza fiato,incredula. Aspetto le vacanze tutto l’anno e mai, mai avrei pensato di ritrovarmi qui, in un piccolo letto, sotto chilometri di zanzariere.

Guardo Beppe che dorme e ringrazio Dio: in questi giorni mi accorgo di come è preoccupato per me, di come io non potrei vivere senza di lui. La sua presenza mi rassicura e so che lui mi toglierebbe da qualsiasi situazione difficile. Mi sembra di essere tranquilla ma il fatto che lui dorma e io no dice il contrario.

Non abbiamo ancora presentato Marco, nostra guida e compagno di avventure. Difficile descriverlo, girando per i villaggi scuote la testa con gli occhi pieni di lacrime e indossa una maglietta con scritto: “Per far nascere dentro di sé una luce si deve prima creare il caos”. Penso che questo basti.”

Orgoglio, emozione e mille domande mi frullano per la testa ma poche riescono ad arrivare alla mia bocca. Mi hanno lasciato senza parole, il che è tutto dire. Se li incontrate per strada e non li volete sentire parlare delle loro avventure scappate perché sono un flusso libero di entusiasmo, gioia e serenità. Ma se avete un po’ di curiosità, un pezzettino di cuore ancora da riempire o una domanda da fare non lasciateveli scappare. Perché persone così piene di tutto si incontrano raramente. E solo a tempo determinato.

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Il mercato di Aru

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Bambini terrorizzati dalluomo bianco

Bambini terrorizzati dall’uomo bianco

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Banane: lesse, fritte e in umido

La mensa della scuola

La mensa dell’ospedale

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12 anni: il primo incontro con i pastelli

12 anni: il primo incontro con i pastelli

Alleluja delle lampadine

Alleluja delle lampadine

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G. D. B.

Al calar del sole

Quando l’Africa chiama

20 luglio 2015

Quando l’Africa chiama, a quanto pare, non si può dire di no. O forse si può, ma Daniela e Beppe hanno deciso di partire. Poco organizzati, molto impreparati, ma con un cuore grande, si sono affidati alla guida di Marco (che per noi ha scritto “Nel sentiero che porta alla felicità, essere “not far enough” è l’unica cosa che conta) .

Non posso raccontarvi niente perché i miei genitori mi stanno minacciando: vogliono scrivere loro l’articolo sull’avventura che stanno vivendo. Ma qualche amico chiede aggiornamenti ed essere “not far enough” significa qualche volta anche aggiornare, rendere partecipi, intrattenere, rassicurare e amare a distanza.

Allora, anche se non vi posso dire niente sulle loro avventure, posso almeno donarvi una galleria di immagini che, effettivamente, di parole ne richiedono proprio poche.

Avviso che alcune foto potrebbero mostrare delle semi-nudità di mio papà, spero che nessuno si scandalizzi!

Nell’attesa che loro ritornino e che ci raccontino tutto con calma, vi posso assicurare che tra banane, avocado, mango e frutto della passione stanno benone.

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G.

Al calar del sole

Come sempre, io ci credo.

19 luglio 2015

Una fine non è mai semplice. Salutare i personaggi di un libro meraviglioso, l’ultimo giorno di estate, l’ultimo episodio di una serie tv che ti ha accompagnato durante gli anni, l’ultimo suono della campanella, l’ultimo tuffo al mare per una stagione intera. Le fini non mi sono mai piaciute.

Ma tutte queste conclusioni sembrano davvero insignificanti nel momento in cui devi salutare un amico, lasciarlo andare per la sua strada, dirgli arrivederci. In quel preciso momento tu sei consapevole che anche la tua vita necessita di essere modificata, perché le tue abitudini che vedevano un pezzo importante in lui devono ricostruirsi, rimodellarsi, rinnovarsi.

Non ci saranno più chiamate per avventure momentanee, niente confidenze, niente discorsi che riempiono il cuore. Eppure quando un amico parte per una nuova avventura sei consapevole che la vostra amicizia ha mutato entrambi nel profondo, non si può dimenticare, non si può ignorare, non si può fare come se non fosse mai avvenuta. Non posso e non voglio.

In un film una volta ho sentito dire “Qualche volta, le cose non vanno come avevi sperato. Vanno addirittura meglio”. E questo è quello che sto cercando di dire. Pensavo di trovare un conoscente, ed ho trovato un amico. Pensavo di trovare una persona marginale nella mia vita ed ho trovato un co-protagonista per 5 anni. Pensavo di trovare un saccente vecchio stile, e ho trovato un bambino amante dei cartoni animati.

Una fine non è mai semplice, ma i libri finiscono, l’autunno arriva e a scuola non si va più. Le fini arrivano e che io voglia o che io mi opponga, le fini continueranno ad arrivare. Ma forse se anziché restare immobile cambio anche io, forse fa meno male. Forse se penso ai nuovi vantaggi di un’amicizia a distanza e mi adeguo ai cambiamenti, facendoli diventare parte di me, allora forse questa fine sarà seguita immediatamente da un nuovo inizio.

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G.

Al calar del sole

Childhood’s everlasting habit

16 luglio 2015

Un braccio fuori dal finestrino di un’auto che senza una meta precisa corre su una provinciale in un giorno di metà luglio, un braccio che spunta e una mano che si lascia condurre dal vento in una serie di evoluzioni morbide e dimesse.

Questa è l’immagine del mio rientro nell’ afosa estate italiana, il caldo che ti sveglia la mattina e che implacabile ti accompagna a letto la notte, le fronti imperlate e i capelli raccolti, quella frazione di puro godimento quando anche il collo respira e per un attimo la morsa della calura si placa. Gesti usuali e consuetudinari, e per questo impercettibili non solo agli occhi degli altri ma anche a noi stessi.

Gesti a cui ho cominciato a fare caso da quando, svegliarsi la mattina accaldata e guardare un cielo azzurro che da quanto splende quasi fa male agli occhi, sono diventati piacevoli perché sorprendenti novità. Questo caldo e questo cielo non ci sono nella city, non capita spesso di cercare l’ombra e di sedersi su un gradino perché l’asfalto brucia e anche le ringhiere dei palazzi scottano.

A chi piace questo caldo starete pensando, beh a me no di certo…ma sapete cosa mi piace?

Mi piace lasciare che il caldo sia combustibile di quei ricordi, che risvegliati generano ulteriore calore sotto forma di emozioni fugaci, di mezzi sorrisi, che involontari scappano nel vedere la faccia di un bambino stupito, quando l’ultima parte del ghiacciolo, proprio quella che rimane sul legnetto lo tradisce e cade sulla canottiera, lasciando una zuccherina macchia e una sottile insoddisfazione per una merenda incompleta.

Ma quello che ancora di più mi piace è trovarmi su una Panda, con il mio migliore amico di fianco che canta la nuova canzone di qualche artista italiana, che io non essendoci non conosco, e silenziosamente ammirare quella stanca danza al quale il vento invita la mia mano, fin da quando non c’erano ne anelli alle mie dita ne braccialetti ai miei polsi e quando il mio posto era dietro, magari sul più scomodo seggiolino di plastica.

Abitudini senza fine della mia infanzia, la dinamica consueta di dita che solleticano e si fanno solletvalzericare dall’aria, il ritmo confusionario ma regolare. I capelli che vogliono partecipare anche loro e si protendono verso il finestrino ma vengono ricacciati dal vento al loro posto, non c’è spazio per terzi, è una danza privata. Privata e personale come è la sensazione di casa, di famigliarità, di gesti semplici in cui trovarsi e volontariamente perdersi. Esteriorizzando questo inaspettato déjà-vu con i muscoli che si rilassano, il collo meno teso, la postura abbandonata sul sedile blu scuro con i piedi che finalmente si liberano dai sandali e nudi accarezzano il tappetino della macchina.

Un braccio fuori dal finestrino, il connubio perfetto tra il sole che brucia la pelle e il vento che le da sollievo mentre i riflessi del sole si infrangono e rifrangono nei mille colori di un anello proveniente da un altro continente. L’estate troppo calda dopo il troppo grigio, il mio ritorno e la prossima partenza, circolari quotidianità e l’ennesimo giro di valzer.

M.

Guests

Identità temporanee

12 luglio 2015

 

 


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L’oscurità che si abbatteva ogni giorno troppo presto sulle mie giornate a Oslo e un budget limitato per sopravvivere sei mesi nella città più cara del mondo hanno contribuito a definire quelle che sarebbero diventate le abitudini alimentari del mio soggiorno norvegese. Un solo pasto caldo al giorno, tantissimo salmone perché costava meno del pollo, tantissima cioccolata norvegese perché si era rivelata essere la cosa più buona che io avessi mai assaggiato e una severa dipendenza dal caffè da asporto perché almeno tiene calde le mani quando esplori la città a diciotto gradi sottozero. Quando si parte per un erasmus la parola d’ordine è: adattamento. Come mi sono adattata a giornate prive di luce in inverno e prive di buio in estate, a uno studentato dove almeno una volta alla settimana suona l’allarme antincendio, a una città meravigliosa ma popolata da persone che non sorridono, mi sono anche adeguata alle nuove abitudini alimentari che sono entrate in modo naturale a far parte della mia routine. Mi sono appesa uno specchio in camera, cosa che non avevo a casa mia, e la vista della mia faccia sbattuta nel weekend mi ha insegnato a truccarmi anche nei giorni in cui non avevo bisogno di uscire di casa. I saldi nelle catene di abbigliamento svedesi H&M e Lindex hanno completato il quadro: ho accolto nel mio guardaroba fiori, pizzi e pallini. Vestiti con cui mi sarei sentita vagamente a disagio a casa, ma che a Oslo si intonavano a meraviglia con l’ambiente e con il mio umore. Tutti questi piccoli cambiamenti mi sembravano una naturale conseguenza dello spirito di adattamento: cibo diverso, vestiti diversi… Mi sarei accorta più tardi che invece erano qualcosa di più: la ragazza leggermente dimagrita, griffata Lindex, che si aggirava per le strade di Oslo con un caffè Deli De Luca in mano altri non era che la mia identità norvegese.

Nei tre mesi che ho passato a Toronto mi sono fatta conoscere per le mie torte. Ho fatto incetta di utensili e coloranti e ho dato pieno sfogo alla mia creatività. Credo di aver fatto storia, con le mie torte, nell’ufficio dove ho fatto il mio tirocinio. Durante il mio soggiorno canadese ho avuto la possibilità di stare a stretto contatto con un ambiente culturale molto stimolante, ho lavorato come fotografa ufficiale agli eventi promossi dall’Istituto di Cultura, ho conosciuto un ampio spettro di personalità legate a quest’ambiente e non solo. La mia identità canadese era vestita business casual, mangiava sushi almeno una volta alla settimana, aveva le unghie lunghissime e sempre curate, si intratteneva a chiacchierare con i consoli di diversi Paesi europei, degustava birre canadesi e soprattutto faceva le torte. Torte bellissime. La mia identità canadese è stata quella che ha sperimentato per la prima volta la sensazione di non essere più una studentessa ma di aver iniziato a funzionare nel mondo degli adulti.

E poi sono andata a stare a New York e un nuovo stile di vita si è imposto sulle mie giornate. Nel giro di una settimana, avevo già preso pieno possesso di quella che sarebbe stata la mia nuova identità per quel soggiorno. Cinque chili in meno, pantaloni neri dentro gli stivali, unghie cortissime, un fiore tra i capelli legati. Sempre un filo di trucco, sempre un sorriso sulle labbra. Parlavo quattro lingue contemporaneamente, davo lezioni di italiano, frequentavo ristoranti messicani e tornavo a casa in taxi a notte fonda. E poi, verso la fine del mio visto turistico di tre mesi, me ne sono andata tutta sola a vedere il sole tramontare in California. Non ho fatto nemmeno una torta durante il mio soggiorno a New York, non ero più la persona che ero stata pochi mesi prima a Toronto, ero qualcun altro. A New York ero di passaggio, mi stavo godendo gli ultimi strascichi di quella libertà che hanno i neolaureati disoccupati e lo stavo facendo nella città più stimolante del mondo.

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Tornata in Europa, mi sono trasferita a Cracovia, dove ho trovato quasi inaspettatamente lavoro nel mondo delle multinazionali. Il mio vocabolario si è riempito di acronimi, il telefono è diventato un’estensione del mio corpo. Con lo stipendio che magicamente appariva ogni mese nel mio conto in banca compravo borsette dentro cui portare il PC aziendale. Il rosso è diventato ufficialmente il mio colore di capelli e ho imparato a portare i tacchi, ma solo quando mi andava. La mia vita sociale spaziava dalla macchinetta del caffè in ufficio ai pub del centro, ma nonostante cambiassero contesto e bevande, le persone con cui la condividevo erano sempre le stesse. Adulta, impiegata, sono diventata un’esperta di birre artigianali e piscine termali. Sono rimasta più di due anni, ma anche lì un bel giorno è arrivato il momento di dire do widzenia.

Spinta da quell’attrazione per il nord Europa che non mi ha mai abbandonato, sono sbarcata in Svezia in veste di studentessa. Con i risparmi di due anni di lavoro mi sono concessa il lusso di tornare all’università e dedicarmi solo a quello. Al buio dell’inverno scandinavo ormai do del tu, e non metto più i tacchi da un anno. Avevo passato i 20 da due anni quando andai per la prima volta a studiare in Norvegia, e a due anni dai 30 mi sono regalata un master in Svezia. Cinque Paesi dopo, il mio ultimo trasferimento sembra il completamento di un cerchio perfetto iniziato qualche anno fa in Scandinavia. A ogni spostamento è corrisposta una nuova identità, e all’entusiasmo di ogni nuovo inizio si è affiancata la voglia di rimettersi nuovamente in gioco e reinventarsi. Forse il grande mistero del vivere con la valigia sotto il letto è racchiuso lì. Chi dice che viaggiando ha conosciuto se stesso, secondo me, dice una mezza verità. Viaggiando non conosci te stesso nella tua unicità e completezza, ma impari a conoscere, invece, le infinite sfaccettature della tua individualità e le svariate persone racchiuse nel tuo potenziale di individuo. Io viaggiando ho incontrato tante me stesse che nei vari Paesi dove ho soggiornato per qualche tempo hanno avuto modo di affiorare e farsi conoscere, ognuna una diversa espressione della mia identità che poteva solo avere senso nel suo tempo e spazio. E a cui penso e che ricordo come vecchie amiche con cui ho condiviso i miei viaggi.

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E.

Guests

Scandinavian Dream

2 luglio 2015

Da piccola sognavo l’America. Sognavo di rimanere accecata dalle luci di Manhattan, di camminare tra i grattacieli frastornata dal rumore dei claxon impazziti e di potermi permettere cibo take-away ogni sera.

10264906_10203675903687994_1767730585294786700_n Ogni tanto mi chiedo cosa mi sia mancato per aver sempre avuto il bisogno di andare oltre, altrove. La mia vita in quella piccola cittadina sarda non era così male: svegliarmi con la brezza marina che sa di elicriso, immergermi nelle acque ghiacciate e trasparenti del Sinis e coricarmi sotto il cielo stellato aspettando che i fenicotteri rosa mi volassero sopra la testa. Non mi mancava nulla, tranne me stessa.

Così ho iniziato ad essere anche io una donna con valigia. Quella valigia l’ho riempita di ricordi, colori, profumi, musiche e amori. E’ un po’ come la borsa di Mary Poppins, è un pozzo senza fondo dove custodisco gelosamente tutto. Ogni volta che però tornavo a casa, la valigia era sempre più profonda e lasciava un nuovo spazio da colmare, sino a quando questo spazio non ha preso il sopravvento e ho dovuto assecondarlo.

Così ho incontrato il mio primo vero amore, la Svezia. Non mi importava di avere sempre le ciglia congelate e di sembrare una melanzana con il mio giubbotto da neve viola. Ho scoperto che il profumo della neve soffice la mattina mi piace come quello del caffè. L’acqua nera d15185_10205571448155421_756372952065337837_nei laghi mi fa ancora un po’ schifo, ma nessun altro luogo mi ha fatto sentire così persa e allo stesso tempo sicura. Pensavo che la mia armonia con il mare fosse l’unica sensazione che potesse farmi sentire viva. Invece no. I laghi, i prati, i boschi e l’aurora boreale mi hanno riempito di bollicine.

Ma non posso mentire a me stessa, senza il mare non ci sto. Così il mio secondo colpo di fulmine: Copenhagen. La sirenetta è alta 1,50 circa, come me. Tivoli mi inebria con il suo profumo di tulipani e zucchero filato. Affittare una barca per fare il giro dei canali costa 5 euro e chiunque può sentirsi divo. Ma qui comunque è più considerato figo chi mangia solo pane di segale e chi va a coltivare l’orto urbano. Girare con la mia bici rossa taglia 12anni mi fa sentire un po’ grande. Però non sono ancora pronta per la vita da adulta. Studio, lavoro, faccio la volontaria, faccio i piatti, pulisco, cucino. Ok, lo faccio, ma voglio ancora viaggiare, la mia valigia non è completamente piena.

L’America non la sogno più. Sogno un piccolo cottage rosso rame davanti alle sponde di un lago, il profumo dello snaps che mi ubriaca e l’aurora che danza sopra la mia testa silenziosamente. Ora non solo sogno la Scandinavia, me la vivo. E in fin dei conti, il cibo take-away manco mi piace.

 

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