Monthly Archives

ottobre 2015

Al calar del sole

C’era una volta…

20 ottobre 2015

C’era una volta, in un villaggio lontano lontano, una bruchipessa… no aspetta un attimo. Una principessa io? Mmm non mi quadra. Ah ecco trovato! Ricominciamo.

C’era una volta, in un villaggio di bruchi lontano lontano una bruca che faceva la cantastorie e che tutti chiamavano la Brucastorie. Essa sognava di girare tutto il mondo per potere un giorno raccontare le più belle storie mai raccontate. E, chissà, sperava di poter trovare, nel suo girare anche una storia nella quale la protagonista fosse proprio lei, una storia fatta di amore, viaggi, consapevolezza e realizzazione. Questo era il suo sogno.

Un giorno, un brucaestro (il Maestro dei bruchi) cattivo, ma molto importante nella sua scuola le disse : “brucastorie, devi andare nel Paese lontano lontano del Dragone e dovrai tornare con uno scintillante tesoro, il più importante e prezioso di tutti i tesori. La brucastorie non capì di che tipo di ricchezza il brucaestro cattivo stesse parlando, lei sognava il Paese della Grande Mela, non quello del Dragone! D’altronde lo sanno tutti che le Mele sono le case preferite dei bruchi, mentre i Dragoni sono solo bruchi che sono andati in palestra un po’ troppo.

Ma la brucastorie sapeva che ad un viaggio non si dice mai di no, perchè non sempre siamo noi a scegliere la nostra destinazione, qualche volta è la destinazione a richiedere proprio noi.

Nessuno era contento per la cantastorie: non il suo brupapà o la sua brumamma, non la sua combruccola. Solo il bruco azzurro, che aveva questo soprannome per le sue antennine del colore del cielo del nord, le disse : “vai vai!” Ripensandoci, forse dovrei farmi qualche domanda sul perchè il mio principe mi incoraggia ad andare sempre più lontano!

Così, esattamente 2 mesi or sono, la brucastorie partì per questo lungo viaggio accompagnata da 3 prodi brucavalieri. Non sapeva ancora che nel suo cammino avrebbe incontrato una prode compagna di avventure, altri brucavalieri e numerosi sconosciuti ai quali non riusciva a dare un nome ma che sarebbero diventati in qualche modo la sua famiglia.

Dopo un lunghissimo viaggio a bordo di una libellula molto grossa, la brucastorie arrivò nel Paese del Dragone che, in quel momento era “tutto muscoli e niente cervello”, non la seppe accogliere nel migliore dei modi o forse fu lei a non essere abbastanza brava ad adeguarsi. La sventura più grande fu quando le dissero le bruche-segretarie della scuola: “Mi spiace piccola bruca, per lei non ci sono più frutti adibiti ad abitazione disponibili”.

Ma come? Forse avevano ragione tutti quelli che le avevano detto che non sarebbe dovuta partire? La brucastorie doveva forse salire su un’altra libellula e tornare a casa?

Per fortuna, la coraggiosa compagna della brucastorie, che un po’ cantastorie era anche lei, sapeva parlare la strana lingua del dragone e disse: “se non darete un frutto a me e alla sventurata brucastorie noi chiameremo Bruco Merlino il mago più antico e potente di tutti (come altro si può definire l’Alma Mater Studiorum di Bologna?) e vi faremo bandire dagli accordi tra i bruchimperatori!”. La brucastorie era stupita: chi era costei che senza paura si batteva per darle un frutto nel quale poter riposare le troppo stanche membra? La brucastorie non sapeva ancora che sarebbe diventata la sua compagna di frutta e di avventure.

Tempo, pazienza e amicizie aiutarono e il primo mese passò. Tanto sembrò interminabile, tanto adesso tutte queste difficoltà sembrano alla brucastorie così lontane. Le aveva davvero superate tutte? Il primo mese fu lungo, solitario e faticoso, ma soprattutto fu il preludio per il secondo mese che, al contrario, volò leggero come il vento tra i frutteti.

La brucastorie infatti iniziava a conoscere per bene l’immenso Paese del dragone e questo non le faceva più così paura. Inoltre fu supportata da molti personaggi: la già menzionata compagna-scudiera-cantastorie, il brucavaliere che amava il cibo italiano quasi quanto la brucastorie (che anche tra i bruchi è il migliore del mondo, avete mai assaggiato le mele del Trentino??), il bru cavaliere che l’allietava in giochi da tavola (il Bruco-burraco), il bruco saggio che le approvò la storia che darà fine ai suoi 2 ultimi anni di studio e la fatina buona, La fata Bruchina.

La fata Bruchina andò a trovare la cantastorie per portarle quello che di meglio il suo Paese delle più splendide bellezze ha da offrire: cibo, risate e tanto amore. Questa fatina, come tutte le fatine che si rispettano, con la sua bacchetta magica ha formulato l’incantesimo “Brichichi Brochichi bru” la portò via con una magia e, facendola dormire in frutti a 5 stelle, le permise di scoprire antichi misteri e segreti del grande Paese del dragone.

Nel corso della numerose avventure, la brucastorie andò anche a visitare ciò che di più spettacolare potesse mai immaginare: il grande baluardo di pietra. Costruito secoli e secoli or sono, questo possente enorme bruco di pietra doveva avere la funzione di proteggere dai brutti nemici tutto il popolo del dragone.

Anche i momenti di ristoro erano stati nel primo mese piuttosto ardui. Ma la cantastorie sapeva ormai cavarsela, tra ravioli, spaghetti e tanto tanto riso oltre all’immancabile frutta famosa, cioè i mandarini , aveva imparato a riconoscere il miglior mix di prezzo/quantità/qualità/gusto. Per pochi danari poteva recarsi nella via dell’est, degustando prelibatezze rigorosamente dragoneggianti e assolutamente situate direttamente sulla strada. Solo raramente la brucastorie si permetteva una cena che ricordava il lontano occidente e la sua Brucopizza.

Un’altra avventura che passerà ai posteri fu il giorno nel quale la cantastorie si avventurò con una bruca forestiera alla ricerca della magica e tradizionale bevanda del paese del dragone: il tè. Le insidie furono tante: la libellula ubriaca (si può chiamare così un taxista che ha fatto in mezz’ora più sputi che chilometri?) che le accompagnava si perse per le vie intricate delle foreste oscure. Ma la brucastorie e la forestiera proveniente dal bel Paese dei fiori e dei mulini a vento non si arresero e arrivarono in questo sotterraneo che incuteva un certo timore.

Dovremmo forse tornare indietro?” chiede la prudente (per non dire cagasotto) brucastorie. Ma la forestiera volle, forse per volere del fato, continuare sull’oscura via: “la bevanda sarà eccezionale!”. E così la brucastorie ebbe in dono da una dama dalle antenne a mandorla e i gesti gentili una splendida dimostrazione di come in questo antico Paese si prepara e si beve questa magica bevanda. La donna del Paese del Dragone non volle danaro e la brucastorie potè constatare quanto anche i bruchi che incutono più timore possano sorprendere e rivelarsi delle ottime apparizioni nel suo lungo cammino.

In un momento di riflessione, mentre cercava di resettare il suo umile frutto dove vive, la brucastorie pensò a quanto fosse grata ancora una volta a tutte le persone che la sostenevano, alla sua famiglia, alla sua combruccola e anche al brucaestro cattivo che la mandò dal dragone anziché dalla Grande Mela. E la brucastorie si rese conto che qualcosa era cambiato dal primo mese. Iniziava forse a fare parte di un gurppo? Stava iniziando ad avere dei bruchi che la facevano ridere e la rendevano felice?

La brucastorie rimise la sua bisaccia in spalla: era giunto per lei il momento di tornare. No fermi un attimo non era così che questa storia doveva finire. Facciamo un passo indietro.

La brucastorie sorrise e guardò il calendario: era a metà cammino e sapeva che aveva già affrontato la parte in salita. Non poteva ancora dire “e vissero per sempre felici e contenti” ma poteva dire “stiamo vivendo davvero, felici e contenti” nella continua ricerca del grandissimo tesoro che la stava aspettando alla fine del suo viaggio.

12167683_10153208139761662_14029059_n

G. in collaborazione con…

Guests

Un’altra faccia della Cina

15 ottobre 2015

La prima settimana di ottobre in Cina significa una cosa sola: sette giorni di vacanza per milioni di cinesi che si riversano nelle già piuttosto trafficate strade del Paese per tornare, spesso dopo quasi un anno di assenza, nella città o nel villaggio di origine oppure, i più fortunati, ne approfittano per fare i turisti a casa propria e viaggiare. Durante la cosiddetta Golden Week è la Cina intera che si sposta e per noi studenti internazionali a Pechino l’opzione migliore è quella di scappare dalla capitale che di lì a poco sarà ancora più caotica del solito e trovare rifugio in una qualche zona meno “popolare”. È proprio così che mi sono ritrovata a trascorrere quattro giorni in Mongolia Interna, la provincia autonoma del nord che segna il confine tra la Cina e la Mongolia vera e propria.

mongolia 1

Bastano una decina di ore di pullman per lasciarsi alle spalle città grigie e inquinamento e ritrovarsi immersi in paesaggi mai visti prima. Ad immense praterie che pian piano stanno prendendo i colori dell’autunno si susseguono deserti e zone rocciose a loro volta intervallate da città moderne piene di luci. Attraversando la Mongolia Interna, vasta più di tre volte l’Italia, ogni esperienza diventa realizzabile: si possono fare cavalcate inseguendo il tramonto su prati che sembrano non finire mai, si può dormire in una tenda tradizionale provando sulla propria pelle il freddo delle notti nelle praterie e contemporaneamente guardare un film hollywoodiano sul maxi schermo posizionato davanti al letto, si può assaggiare latte di capra fresco mentre la radio suona l’ultima canzone di Justin Bieber, ma anche cavalcare cammelli, solcare le dune del deserto su quad che sfrecciano a tutta velocità o visitare musei che, in tre piani di esposizione, sono in grado di raccogliere tutto lo scibile umano in modo più o meno sconclusionato. Ma basta guardarsi intorno un attimo per capire subito che si è in una parte della Cina poco cinese, dove la maggioranza Han lascia posto ad un mix di minoranze etniche, dove i piatti tradizionali sono prevalentemente a base di carne di capra, dove gli animali pascolano ancora liberi per i prati e dove tanti oggetti sembrano ancora fatti in pelle, pelliccia oppure legno ed osso lavorato.

mongolia 2

L’impressione che questa Provincia cinese ti lascia è di forte clash tra tradizione e slancio verso la modernità, tra desiderio di tenere vivi gli usi e i costumi di una parte tutta originale del paese e la voglia di attirare turisti perché possano godere delle sue meraviglie. Si tratta di una zona che per la sua cultura e per le numerose influenze straniere nel passato ha tanto da offrire ma che, allo stesso tempo, non ha ancora imparato a valorizzarsi al meglio. È un piccolo, grande diamante grezzo cinese che riserva incredibili sorprese a chi decide di avventurarsi attraverso le sue distese infinite.

 

mongolia 3

M.

Al calar del sole

A un’ora e mezza da qui

12 ottobre 2015

A un’ora e mezza di volo da qui c’è il 356 di Kingston Road, una stanza tutta bianca la cui finestra affaccia direttamente sulla strada che collega la cittadina posh di Kingston a una delle peggiori zone a sud ovest di Londra, la mia.

Ad un’ora e me11781694_10208085466159849_7987205277401028629_nzza mi sono immersa in quotidianità che a tratti è stata quanto di più paradossale avessi mai potuto immaginare.

Ad un’ora e mezza da qui c’è una porta bianca e scrostata, che si apre su quella che è stata per dodici mesi la mia casa. Una casa rifugio, disperatamente cercata passando dalla convivenza con una vecchia gattara, a liti telefoniche con un grasso pakistano. Una casa colorata, invasa da volpi, ragni ed erbacce dove il disagio regnava sovrano in quei pochi metri quadrati.

A un’ora e mezza da qui c’è una vita fatta di pioggerellina costante e capelli crespi, di caccia alla miglior offerta nel più remoto dei discount e di viaggi in bus con la testa appoggiata al finestrino, immersi nel flusso disordinato di individui che ostinatamente e concretamente fanno vivere un pezzo della loro terra d’origine nella loro nuova terra d’adozione.

A un’ora e mezza da qui ho trovato altre donne con la valigia sotto il letto. Compagne di una graduale ma inesorabile trasformazione, di estenuanti nottate insonni e delle più assurde situazioni, dove emozioni e culture si sono mischiate, dando vita a un qualcosa di ibrido che si rispecchia nell’inspiegabile miscuglio di lingue e gesti che era la nostra quotidiana comunicazione.

Donne, mie discrete compagne nella solitudine, perché ad un’ora e mezza da qui ci sono singoli ed estenuanti minuti passati ad aspettare un bus che non arriva mai, di mezzore fatte a piedi per arrivare a casa, e di interminabili ore passate su poltroncine di plastica in una routine fatta di boarding pass e code ai gate.

Ad un’ora e mezza da qui esiste un precario equilibrio tra gioiose soddisfazioni e gridate frustrazioni, che hanno scosso, ribaltato vecchie convinzioni e sedimentati principi. Ad un’ora e mezza da qui ho capito che far resistenza non11217539_10208156554097003_5918438192646012465_n serve, che costruire argini difensivi per arrestare l’impeto del nuovo, dell’ignoto e dell’inconsueto è dilaniante e dannoso. Perché quando decidi di fare una valigia il cambiamento è inevitabile, ed è proprio la ricerca del cambiamento la forza che celatamente legittima l’acquisto di un biglietto senza ritorno.

Ad un’ora e mezza da qui sono stata lacerata dalla mia stessa cocciuta resistenza fino a quando ho inconsapevolmente lasciato che la marea di caotica odori, sapori e colori mi travolgesse, capovolgesse e ribaltasse. Inerme e spesso incazzata, ho lasciato che il turbinio di quotidiane novità mi sconvolgesse fino al punto di accettarlo, fino al punto di apprezzarlo.

Ad un’ora e mezza da qui ho imparato che lasciarsi sconvolgere ogni ora e mezza è ciò che di più estenuatamente appagante possa esserci ed è quello che più mi auguro e che più vi auguro.

 

M.

 

 

 

 

Al calar del sole

Viaggiatore o Turista? Viaggiarista!

11 ottobre 2015

Dicono che ci siano due modi per conoscere un nuovo Paese, una nuova cultura, un nuovo mondo: da viaggiatore o da turista.

Mi piace immaginare il viaggiatore con uno zaino in spalla, una guida Lonely Planet e un frasario per farsi capire il minimo indispensabile. Penso al viaggiatore che dorme negli ostelli, che mangia nelle locande nascoste, che cerca di conoscere la cultura immergendovisi, anche se è scomodo, anche se il cibo non è “sicuro”, anche se deve controllare date, orari, coincidenze.

Immagino invece il turista come una persona che si affida ad un tour operator, che segue una guida con la bandiera del proprio Paese, che dorme negli hotel a 5 stelle e mangia in ristoranti con chef famosi e piatti prelibati.

Non penso che un modo di viaggiare sia meglio dell’altro, penso che il viaggio arricchisca sempre e penso che se si viaggia con occhi e cuore aperto non ci sia il pericolo di sbagliare. Detto questo, penso che lo stile del viaggiatore si abbini meglio a me: economico, fai da te e libero. Eppure adesso sono qui, su un aereo che da Xi’an mi riporta a Pechino e, guardando il tramonto sull’ala dell’aereoplano, penso al viaggio appena concluso, un viaggio da turista.

12086964_10153191767511662_1551682481_n

L’idea era il Tibet: viaggio di 10 giorni fra neve, montagne e templi. Ma a quanto pare non è stagione o forse solo non è destino. “E se venissi qui a Pechino?” ” E se facessimo un tour del triangolo imperiale?” Sta pure tranquillo: se la spari grossa, la zia rilancerà proponendoti un viaggio di quelli che si fanno una sola volta nella vita.

Non sembra vero: si può organizzare un viaggio così lontano in meno di 3 settimane? Il visto? I soldi? Riusciamo poi a trovarci a Pechino?

La zia non ci crede finché non ha i biglietti in mano e io non ci credo finché non me la trovo davanti: stravolta da un viaggio impegnativo e da una Pechino che la accoglie con un’aria irrespirabile, mi abbraccia fortissimo, con un abbraccio che sa di amore, che sa di casa.

Siamo in un albergo di quelli che si vedono solo nei film, con la piscina, la sauna, i letti giganti, una doccia fenomenale e vorrei che la mia coinquilina potesse essere con me: il water funziona a meraviglia anche se butti la carta igienica! Ma è la stessa Cina che sto vivendo io?

Il tour è impegnativo, ma non ci basta: nei momenti liberi la guida divento io e porto la zia e altri signori a vedere la Cina che sto conoscendo, con street food, stradine distrutte e meravigliose, hutong, art district, gente che sorride e gente che sputa ovunque.

Ma Pechino non è la sola città che visitiamo, Xi’an ci attende: una città che la nostra guida definisce piccolina: d’altronde ha solo 10 milioni di abitanti, cosa vuoi che sia?

Era il 2005, avevo appena finito la terza media, ero una ragazzina, prendevo l’aereo per la prima volta e andavo nella meravigliosa Australia con la zia. Oggi ho 24 anni, non so bene chi-cosa sono e ho appena concluso un viaggio splendido non solo con una zia, ma anche con un’amica.

IMG_8803

Alle superiori la nostra prof di psicologia ci fece questa osservazione: “vi siete mai fermati a riflettere al dono prezioso che hanno le persone che hanno uno zio/una zia single? A quegli zii che, non avendo famiglia, hanno più tempo, passione e non meno importanti, più soldi da investire nei propri nipoti?”. No, non mi ero mai fermata a riflettere, ma oggi ripenso alla prof G. e capisco la mia fortuna immensa.

Si è fatto buio, il tramonto ha lasciato il passo al buio e alle nuvole e fra mezz’ora sarò atterrata a Pechino, prenderò la metro ed andrò a “casa”. Ripenso agli hotel a 5 stelle, a Beijing, alla grande muraglia che mi ha emozionato come mai mi era successo davanti ad un’opera d’arte, ai taxi presi a caso, al ruolo da semi guida che mi sono ritrovata a fare, allo spettacolo alla Drum tower, a Xi’an, al quartiere mussulmano e all’allucinante esercito di terracotta.

E ripenso alla fortuna di avere una zia che non ha paura della solitudine, che pensa che piuttosto di niente non è sempre meglio piuttosto, che al posto di investire in scarpe e borsette investe in viaggi e sceglie come sua compagna di viaggio proprio me. Alla zia che mi ha regalato l’esperienza da turista e che mi ha permesso di personalizzarla, facendola diventare un’esperienza da “viaggiarista”.

Vedo le luci di Pechino, l’aereo si prepara ad atterrare e io concludo l’#aggiornaocchiamandorla di questa esperienza. Non penso ci sia bisogno di sottolineare che la zia non mi ha lasciato pagare nulla. Spero solo che il viaggio sia valso la pena anche per lei perché il mio voto della settimana è un gran 10 e lode.

Vedere l’esercito di terracotta: fatto.

IMG_8914IMG_8885

Fare un viaggio da turista, facendo cose da turista: fatto.

IMG_8982IMG_8985

Vedere un tramonto con più smog che sole e trovarlo comunque estremamente affascinante: fatto.

IMG_8837

Avere una polaroid sulla muraglia cinese: fatto.

IMG_8680

Abbracciare la zia a millmila km di distanza da casa : super fatto.

12084162_10153192269066662_286824333_n

G.

P.s. Per altre foto potreste anche fare un giro sulla pagina di notfarenough su istangram!

Guests

Gli occhi grandi del Madagascar

10 ottobre 2015

Un viaggio lo puoi organizzare: scegli la meta, ti informi, studi. E poi internet, Google Earth, TripAdvisor… sì, lo puoi pianificare anche nei minimi dettagli. Ma non puoi prevedere gli incontri, gli odori, i colori, le sensazioni, le emozioni, che poi sono l’essenza stessa del viaggio, il vero motivo per cui si decide di partire.

MadagascarNosi Iranja è una piccolissima isola a nord ovest della Terra Grande, come i malgasci chiamano il Madagascar: una spettacolare striscia di sabbia fine, bianca, impalpabile ad unire due puntini di crosta terrestre emersa, ricoperti da una rigogliosa vegetazione tropicale, e tutto intorno acqua indicibilmente cristallina, dalle infinite tonalità azzurre e verdi. Barche veloci vomitano quasi quotidianamente turisti su questo paradiso, per poi riportarseli via già nel primo pomeriggio: ed allora vivi l’incanto di questo incredibile minuscolo pezzo di mondo.

 

Un piccolo resort, una manciata di bungalow a ridosso della collina, posizionati senza soluzione di continuità in adiacenza ad un villaggio malgascio di circa 350 anime; è così che mi immaginavo l’isola, ma non potevo prevedere il turbinio di emozioni che avrei provato vivendo per qualche giorno a strettissimo contatto con la popolazione locale. Un villaggio di capanne di foglie di palma: piccole palafitte a protezione dalle violente piogge monsoniche; il pozzo comune a cui attingere l’acqua trasportata in contenitori che donne dall’incedere elegante mantengono saldamente posizionati sulla testa; la notte il vocio delle persone che puoi solo immaginare nel buio quasi totale: solo qualche fioca torcia qua e là e la luce dello schermo dell’unica televisione del villaggio, intorno a cui a fine giornata si accalcano adulti e bambini.

Già, i bambini! Il Madagascar è un paese giovane, con un’aspettativa di vita di circa 65 anni ed i bambini sono dappertutto: se ne vedono tanti giocare chiassosi per le strade polverose, o incitare, nel luccichio dell’acqua nella controluce di un tramonto infuocato, barchette costruite con legnetti e fragili vele di sacchi della spazzatura.

Curiosi ti si avvicinano, ti chiedono, alcuni sommessamente altri sfacciatamente, una caramella, ma sempre ti offrono generosi sorrisi. È facile stabilire con loro un contatto; i più piccoli ti prendono per mano ad improvvisare un girotondo, ti toccano, ed allora senti l’inconfondibile afrore di pelli africane, nere color dell’ebano.

Qualche foto e ti si accalcano intorno, le piccole dita incrostate di giochi terrosi all’aria aperta scorrono veloci sul display della macchina fotografica a rivedere le immagini scattate: si riconoscono, ridono, commentano, si scherniscono.

Li guardo: la mia immagine riflessa nei loro immensi occhi scuri, i loro volti impressi per sempre nel mio cuore intenerito.

L’ultima notte prima di partire non riesco a dormire: forse il caldo, forse la preoccupazione di ritrovare nel letto il topo visto la notte precedente… no, più plausibile la malinconica tristezza che ti prende quando sai di dover lasciare un posto a cui in qualche modo ti sei affezionata; esco dal bungalow, sopra di me un improbabile cielo traboccante di stelle che la linea dell’orizzonte fatica a contenere: magnifiche,incredibilmente lucenti, come gli occhi grandi ed indimenticabili dei bambini del Madagascar.

 

L.

 

Madagascar

Guests

Casa dolce casa

2 ottobre 2015

Anni fa, mi è stata offerta la grande opportunità di vivere in un altro Paese per un periodo di tempo non indefferente, 11 mesi. Avevo 15 anni e come me c’erano ragazzi e ragazze provenienti da tutto il mondo. Nella mia stessa città, c’erano dei Brasiliani, Messicani, Thailandesi e Svizzeri. Durante gli undici mesi, se prima si parlava solo dei nostri Paesi di origine, poi si parlava solo di quello che stavamo vivendo. E tra le risate, gli scambi di idee e i racconti, si nascondeva sempre ciò che in realtà ci legava più di qualunque altra cosa : la paura. Sempre palpabile, sempre presente. Più acuta nel primo periodo, ma mai evaporata. Semplicemente a poco a poco era diventata una paura diversa. L’ansia che prima era tutta focalizzata su come trovare nuovi amici, adattarsi, su come padroneggiare le stranezze della nuova lingua, era diventata la perenne domanda: “cos’è che mi manca?”. Ad un certo punto la questione non era più da quanto tempo eri lì, ma da quanto tempo eri via. Ti rendi improvvisamente conto che la vita a casa è andata avanti senza di te. Le persone sono cambiate. E sei cambiato anche tu. Vivere all’estero ti cambia profondamente, alcune parti di te si vanno a nascondere nel profondo del tuo spirito, altre invece emorgono più o meno spontaneamente. E in effetti è proprio uno dei motivi che ti ha spinto a fare la scelta di partire, in fondo volevi che ciò che acadesse, volevi cambiare, volevi porti davanti ad una situazione difficile per vedere come avresti reagito. Volevi allontarti dalla monotonia che ti stava a poco a poco arrugginendo e non appena lo hai fatto, ti sei reso conto di quanto di te, come persona, fosse più che altro legata al tuo luogo di residenza.

Tutto allora inizia ad essere eccitante, divertente. Anche entrare in un negozio per chiedere di comprare un asciugacapelli, perché lo fai in una paese diverso, in un luogo diverso, in una lingua diversa, con un atteggiamento diverso.

Impari a stare da solo, a passare giornate intere nella tua solitudine ed impari a starci bene, impari a conoscerti, inizi a creare delle tavole rotonde nella tua mente dove ogni parte di te ha il suo posto a sedere. E tutto questo ti fortica a tal punto che trovi le energie per iniziare a costruire una nuova vita.

Però c’è sempre la paura. Tu costruisci la tua nuova vita, ma quella vecchia continua ad andare avanti a casa. E più il tempo passa, più le differenze tra le due aumentano. Tu cambi, gli altri cambiano e ti rendi conto di come si sia venuta a creare una certa incompatibilità tra te e alcune persone della “vecchia vita” che semplicemente non possono più avere un posto nella tua storia, da nessuna parte. E ti stupisci a ripensare a come fine a qualche mese prima, non facevi altro che parlare e scherzare con loro e di come fosse piacevole farlo. Non più oramai.

E tornando a casa, la linea di demercazione si fa più netta e impenetrabile. Ti senti quasi un estraneo, un immigrato, come se i termini “paese d’origine” e “paese ospitante” si fossero inspiegabilmente inveriti. Non sai più riconoscere qual è casa tua, ti senti ancora più sperduto di quando eri partito la prima volta, ancora più impaurito. Dopo un po’ però capisci. Adesso hai due case, due case che rappresentano due diverse vite, con diversi affetti, due diverse personalità. E d’ora in avanti quando vivrai in una di esse, ti domanderai spesso cosa ti stai perdendo “a casa” e non vedrai l’ora di poterci tornare per immergerti di nuovo nel te-altro, che non vede l’ora di poter tornare a galla e respirare di nuovo.

1401192787854