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novembre 2015

Guests

Viaggiare col Cuore, a Xi’An come dietro casa

29 novembre 2015

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Certi viaggi non li descrivi solo con le parole, le situazioni, i cibi e le sensazioni. Certi viaggi appartengono alle persone con cui lo hai fatti e quelli più belli sono quelli in cui i tuoi compagni hanno reso possibile tutto ciò che le parole, le foto e i racconti mostreranno. 

All’inizio del mio racconto c’è un ufficio e ci sono due poco più che ragazzi che per lavoro si incontrano, Prima una riunione, poi un pranzo, come spesso si fa in cina, Scaturiscono un’intesa, una lingua condivisa, un insieme di vissuti comuni che non ci si stanca di raccontare, anche se uno in quelle situazioni ci vive e l’altro ci ha passato solamente un anno per studio all’estero.”Solamente”, parola sbagliata: tutti i ragazzi che hanno studiato all’estero sanno che influenza questa esperienza ha su di loro per il resto della vita, e ancora di più nel caso di un ragazzo cinese che passa un anno in Italia. Una volta tornati in Cina, non  sarà più lo stesso, mai più.

Uno dei due ragazzi è appunto cinese: viene da Xi’An, la capitale dello Shaanxi, nota soprattutto per l’esercito di terracotta, e qualche volta capita a Pechino, nell’ufficio dell’altro ragazzo, italiano. E’ benvoluto da tutti perchè è intelligente, gentile e ci sa fare, molte qualità che ha imparato a prendere dal buono che ha trovato in Italia. Le volte che i due si vedono il cinese rivolge spesso all’altro la frase ”vieni a trovarmi a Xi’An, vieni che ti faccio vedere la mia città”. 

Altri amici ci erano già stati, addirittura avevano opinioni contrastanti sulla città, ma questa volta all’italiano non interessano consigli; la destinazione non è Xi’An, è la città di un amico, molto più di una visita turistica. E’ condividere un pezzo della propria esperienza con quella di un amico, prima che di un collega. Come spesso gli succede, il ragazzo italiano si affida all’istinto e sceglie di partire, ma cerca comunque una ”copertura razionale” per la decisione d’impulso. Così, per non fare il viaggio da solo, cerca un compagno. Dopo un po’, lo trova in un eccentrico ma brillante ragazzo russo, non esattamente il centro della festa, ma sicuramente molto più affine a lui di altri. 

Con anche la ragione sistemata, non manca che partire, Qualche consiglio da qualche amico cinese, l’organizzazione lasciata al russo e una fiducia incondizionata nel cinese, il ragazzo italiano può fare una delle cose che più preferisce quando si tratta di viaggi: concentrarsi su altro fino al momento di partire, in modo da coglierlo come una scoperta totale e continua. La perfezione del viaggio e l’ottimizzazione del tempo passano in secondo piano e si coglie la bellezza anche in piccole cose insolite, come il gusto di perdersi in una città che non si conosce o di decidere il proprio itinerario a braccio. Proprio questo, forse, contribuisce a rendere così speciale la sua Xi’An.

Il cinese è il degno erede della sua cultura millenaria e da buon ospite ha pianificato tutto, ma la discoteca, l’alcol e una chiamata al lavoro improvvisa costringono il russo e l’italiano ad esplorare da soli una città di cui, affidandosi completamente a lui, conoscono poco.

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Avete mai avuto l’impressione di essere in un’isola deserta ma piena di tesori nascosti senza una mappa nè una strada tracciata da seguire? Per lui Xi’An è così, se mentre cammina trovava uno scorcio o un angolo interessante, chiede ”Andiamo di qua?” ”Ma l’attrazione principale è dall’altra parte” ”E allora?” e ci va. 

Chi legge, in ogni posto del mondo, per lavoro o studio costretto o libero, felice o annoiato, dovrebbe prendersi un po’ di tempo, diciamo almeno un’ora e mezza, per girare seguendo il proprio istinto. Si può partire da qualsiasi punto si desideri, magari anche da un piccolo posto che si conosce bene, con una sola regola: ascoltate il vostro cuore e il vostro intuito e non abbiate ansia di chiedervi dove siete finiti, Non fatevi domande, camminate seguendo il cuore e la curiosità: non importa che voi conosciate il posto alla perfezione o sia la prima volta che ci andate, prima o poi noterete un angolo, una svolta, un cortile che vi chiamerà e voi dovrete essere lì, pronti ad assecondare questa voce. 

Ovviamente ci sono alcune regole base: meglio a piedi o al massimo in bici, meglio soli o con qualcuno con cui vi trovate molto bene, fatelo cercando di non pensare a niente, la musica può aiutare ad entrare nel mood e comunque sinceratevi di non andare dove è meglio non andare. Oltre questo, niente, è un inno alla libertà.

Le bellezze di Xi’An sono tante, ma la sua forma quadrangolare, le mura, il quartiere mussulmano e l’anima senza tempo riportano il ragazzo italiano un po’ a casa, sentendosi così a suo agio da viaggiare libero e scoprire lati e luoghi che non sono sulle guide e sulle mappe, e per questo ancora più belli.

Un esempio di questo tipo di viaggio è molto chiaro: con l’amico russo sta seguendo la strada per un importante tempio di Xi’An, quando si imbatte in un’indicazione che reca il nome di un altro tempio, indicato in nessuna mappa nè guida, D’istinto, senza pensarci e facendosi portare dal cuore, segue le indicazioni e si trova davanti un blocco di palazzi decadenti in stile industriale comunista: sporchi grigi e tristi. Proseguendo lungo la via che costeggia questi palazzi, si trova un muro divisorio con all’estremità alta cocci di vetri rotti, a difesa contro in eventuale irruzione di ladri (cosa strana, vista la spettralità e la miseria del posto). A rendere il paesaggio ancora più lugubre contribuisce il filo spinato posto sull’ingresso principale del quartiere, che ricorda ad entrambi gli anni della guerra.

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Per niente impressionati proseguono, poi la strada comincia a restringersi, formando un imbuto con uno stretto passaggio e mura su entrambi i lati. Dall’altra estremità della strada si avvicinano due signore cinesi, il ragazzo russo dice: ” Andiamo via, non mi piace questo posto”, ma l’italiano non sente storie: ”Ci sono delle signore che vengono dall’altra estremità, saranno pure venute da qualche parte, io voglio trovare il tempo”. E proseguono. La strada si fa ancora più stretta e sono necessari due o tre tentativi per imboccare la giusta via ed arrivare ad una ancora più stretta stradina che conduce a destinazione. Come si entra attraverso una porta che a malapena si scopre aperta, lo spettacolo si mostra ai loro occhi. Il tempio è semplicemente splendido: diviso in tre edifici, ornato da fiori, campane tipiche e architetture tradizionali. Ma come spesso accade in Cina, la bellezza è affiancata dalla brutalità: mentre si avvicinano al corpo principale del tempio, un cane legato comincia a ringhiare contro di loro, pregustando la tenerezza di un polpaccio europeo. Dietro-front e giro dall’altro lato dove scoprono che giusto di fianco è stato costruito un gigantesco e pesante edificio che cozzava palesemente con la grazia e l’eleganza del tempio. Ma l’istinto li ha portati lì e e il colore giallo-oro autunnale tipico del Gingko (il più famoso albero cinese) ingentilisce tutto e dona loro un’emozione che non sbiadirà. 

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Nessuno probabilmente avrebbe raccontato loro di quel posto e se non avessero deciso di proseguire da soli non avrebbero mai visto quel tempio e vissuto quell’avventura.

A voi è mai capitato?

Sul treno di ritorno a Pechino, potrebbe scrivere di tante cose, di palazzi incredibili, cibi inusuali, fascini orientali, ma questo ragazzo ha preferito condividere con voi il suo modo preferito di viaggiare. Lui, questa volta ha scelto di viaggiare ed esplorare scegliendo il cuore due volte: la prima seguendo un amico, la seconda lasciando che il suo istinto lo guidasse nello scoprire la città.

Magari voi, viaggiatori esperti ed incalliti, conoscerete già questo modo di viaggiare, oppure no e volete provarlo. Ricordate che si può fare anche nella propria città e persino nella propria via, spesso quello che serve sono solo occhi nuovi e la voglia di ascoltare il proprio cuore.

Questa era la mia Xi’An, voi cosa avete visitato e visiterete, affidandovi almeno in parte all’istinto e al cuore?

 

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A.

Al calar del sole

Cara Umanità

22 novembre 2015

Cara Marta,

pace-parigimi hanno chiesto dove fossi quando ci sono stati gli attentati la sera del 13 Novembre a Parigi. Marta io stavo dormendo perché sono dall’altra parte del mondo. Ma quando mi sono svegliata, avevo un numero incredibile di messaggi nel gruppo degli internazionali “occidentali” con le condoglianze per i francesi. Pochi attimi per capire e il resto della giornata passata a documentarmi.

Su Facebook un trionfo di razzismo, di paura, di messaggi scontati, di facce diventate rosse bianche e blu, di hashtag con preghiere scritte da atei, di frasi della Fallacci, di luoghi così comuni che non sembrano nemmeno possibili.

Cara Marta, tu mi chiedi cosa ne penso. Cosa ti posso dire che non sia stato ancora detto? Ti posso dire che il mio vicino di camera è francese, è di Parigi e due suoi amici sono morti in quell’attentato. Non può tornare, abbiamo gli esami, il biglietto costa tanto e il viaggio è lungo.

Ti posso dire che ho fatto le condoglianze ad una ragazza francese, mussulmana, e lei ha reagito come se non si sentisse “abbastanza” per accettare le mie condoglianze.

Ti posso dire che comprendo la paura, che capisco che tutto sia diventato più reale perchè sono stati i nostri vicini di casa stavolta ad essere stati attaccati, perché una nostra connazionale è morta, perché hanno detto che saremo noi i prossimi. Io la paura la capisco, davvero.

Però voglio anche che non si dimentichi che non siamo solo la Francia, ma siamo anche la Siria. Anche l’Iraq. Anche la Russia, il Libano, la Nigeria.

Cara Marta, cosa devo dirti? Che nonostante tutto questo, nonostante tutto quello che sto leggendo credo che sia assolutamente fondamentale la libertà che ognuno ha di poter dire quello che pensa. Ti posso dire che vorrei avere più tempo, più coraggio, più abilità per spiegare che penso sia fondamentale aver ben chiara la differenza tra religione ed estremismo, tra libertà e costrizione, tra guerra e pace. Vorrei saper spiegare con parole efficaci che i miei amici musulmani non devono essere mandati a casa (ma poi che casa?) per il loro credo. Vorrei non dover sottolineare che il colore della pelle è solo una sfumatura di una stessa sostanza, perché vorrei che questo fosse scontato, vorrei che nel 2015 fosse ovvio. Vorrei che non si reagisse al terrore con la chiusura perché la collaborazione, l’amore, il dialogo sono il punto forte dell’uomo, non le bombe, non gli attacchi, non l’odio.

Cara Marta, mi chiedi di dirti cosa penso, ma se lo faccio mi accusano di essere una sognatrice, un’idealista, una comunista, una piccola viziata, una bambina, un’ingenua.

Non lo so, Marta, alcuni dicono che la terza (o forse è meglio chiamarla quarta, o forse quinta?) guerra mondiale è già scoppiata, altri pensano che sia inevitabile, altri ancora ritengono che una guerra mondiale è una cosa passata, di altri tempi che non si potrà più ripetere.

Cosa devo dire Marta? Abbiamo studiato per anni la storia, di come le guerre non abbiano portato che altre guerre, che  altre divisioni. Ma io una soluzione non ce l’ho. Quello che posso dirti, cara amica, è che io ancora ci credo. A cosa? All’essere umano, alla collaborazione, all’uguaglianza, all’amore, al rispetto, alla pace, alla libertà di espressione e di credo.

Ieri ho scritto un post su Facebook. Ancora non mi ero esposta, non avevo trovato il coraggio o forse la voglia. O forse il silenzio mi era sembrata la migliore reazione. Ma ieri ho scritto un post nel quale ho raccontato un esempio di collaborazione, di unione, di amore oltre confine, di sensibilità, di diplomazia, di scambio, di rispetto, di qualcosa che andava oltre il momento e il luogo. Questo è quello che ho scritto nel post: “La ragazza francese, alla fine della lezione, si avvicina ai due signori Pachistani, musulmani, e con le lacrime agli occhi chiede scusa. Chiede scusa perché il professore continuava a dire che i musulmani hanno attaccato la Francia. Chiede scusa perché il mondo continua a fare confusione tra isis e religione. Chiede scusa perché i morti francesi sembrano essere più importanti dei morti di altri Paesi. I Signori la ringraziano e dicono che lo sanno che sono solo alcuni a confondersi, alcuni ad odiare, alcuni che non hanno ben chiare le cose. Dicono che sanno che nel mondo c’è tanto amore e credono che questo possa vincere, un giorno. Ho i brividi. Insistete pure a dirmi che devo smetterla, che devo smettere di credere nell’essere umano. Ma l’essere umano, oggi, nella lezione di corporate governance ha vinto. Ha stra vinto.”.

Marta, questo post ha ricevuto 98 mi piace ed è stato condiviso 17 volte. Non te lo scrivo per vantarmi, ma te lo scrivo per dirti che non siamo sole. Se a queste persone è piaciuto, se queste persone l’hanno condiviso, Marta, allora vuol dire che anche loro credono nell’essere umano.

E allora sono qui a scriverti quello che sento, quello che provo. Perché se è vero che sono un’idealista, sognatrice, ingenua ragazzina viziata, è vero anche che credo nel potere della comunicazione, delle parole, dello scambio di opinione e nelle lettere scritte con il cuore. E credo nel nostro blog. Perché possa essere ancora una volta #notfarenough, un non abbastanza lontano per tutte quelle persone che ancora ci credono, che ancora distinguono, che ancora non seguono la massa, che ancora si fermano a riflettere, proprio come hai fato tu, cara Marta, chiedendomi di scrivere dicendomi “non stiamo zitte, non questa volta”.

G.

Cara Giulia,Foto Afp Jack Lang e Combo-kPC-U430605379555059VD-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443

è strano come i luoghi siano la rappresentazione fisica e concreta di astratti e personali ricordi. Due settimane prima di quel tragico venerdì ero a Parigi, e aspettavo su un marciapiede dell XI arrondissement un taxi dopo un bella serata. Fino a due settimane fa l’ XI arrondissement era un ricordo felice, ora no. Ora quelle strade come le altre zone colpite dalla follia omicida sono un ricordo che fa paura, un ricordo che da forma e sostanza alla paura, un ricordo che genera l’odio, una sorgente e un pretesto per altro odio.

Una paura vuota e sorda che porta ad affinare la vista, a tendere l’orecchio, a sentire nell’aria la minaccia e a snaturare la quotidianità. Una minaccia che nasce da un odio viscerale e profondo, un odio indiscriminato e cieco, un odio prepotente ed egoista che infanga e fa vergognare un credo secolare, la bellezza di una società millenaria e l’identità di più di un miliardo e mezzo di musulmani.

Un odio che violenta l’umanità, i valori di comunità libere e democratiche, le sacre scitture e le parole del Profeta. Un odio che veicola azioni subdole apparentemente nel nome della comunità islamica, e che concretamente punta a radicalizzare un conflitto ideologico ai cui estremi ci siamo noi contro loro.

Cara Giulia ora ti dico che ben venga questa radicalizzazione tra noi e loro. Dove per noi intendo noi cristiani, ortodossi, protestanti, luterani, mussulmani, taoisti, buddisti, laici, atei e loro i fondamentalisti e i terroristi .

Noi che siamo quelli minacciati, spaventati, scossi e sconcertati dalle immagini di quella notte tremenda, i Francesi che lasciano fiori e messaggi di speranza,le famiglie Siriane, Libanesi, Irachene e Yazide che sopravvivono ogni giorno, i Peshmerga e i miliziani Curdi che lottano contro lo scempio dell’ISIS. Noi che definiti perbenisti aborriamo le armi e rifiutiamo l’idea di bombardarli tutti. Dove tutti è un generico e confuso obbiettivo, diametralmente opposto ma paradossalmente uguale a quello che i terroristi sognano di colpire.

Pur avendo conseguenze limitate, le affermazioni razziste e le promesse di vendetta hanno la stessa matrice, la stessa scintilla che portata alla sua massima intensità ha portato alla pianificazione prima e realizzazione dopo di quegli atti brutali. Inneggiare all’odio è per quanto mi riguarda assottigliare la linea di demarcazione tra noi e loro, è fare il loro stesso gioco, giocare alle loro regole, essere in sostanza come loro.

Cara Giulia neanche io ho una soluzione e non ho neanche la pretesa di averla. Sono tra quei fortunati a non aver cari tra le vittime, sono una di quelli a cui si potrebbe dire ma cosa vuoi saperne?

Io non so davvero niente, ma leggo testimonianze d’amore, lettere di mariti ora vedovi che non vogliono odiare, orfani che non vogliono darla vinta, genitori che insegnano ai figli che non è giusto arrendersi alla paura. Vedo gente che condanna l’odio tenendosi per mano, marciando, lasciando fiori e cantando. Vedo le vittime che continuano a scegliere la vita, continuano a scegliere di essere umani.

E come hai detto tu il nostro blog vuole essere un #notfarenough dall’umanità viva e vera, dall’umanità frutto di secoli di storia e di integrazione, da un’umanità che fiera è protagonista del suo tempo presente e di quello futuro, un umanità che si riprende i suoi luoghi e che strappa dal filtro nero dell’odio i suoi ricordi.

M.

 

Guests

” Lo strano percorso”

12 novembre 2015

Quest’anno avrei avuto la possibilità di scrivervi in diversi momenti, essendo fortunatamente stato un anno pieno di viaggi, più o meno lunghi ma tutti molto interessanti.

Ho deciso di raccontarvi del viaggio più corto, una trentina di chilometri e della durata di circa 4 ore, ma un viaggio che mi ha fatto vivere emozioni fortissime: IL CONCERTO DI MAX.

Devo dire la verità, nonostante io sia un fan incallito dalla notte dei tempi stavo abbandonando uno dei miei idoli dietro ad un muro di noia e di “oramai sono cresciuto”, soprattutto dopo il concerto di due anni fa’, dove Max non era proprio in formissima per usare un eufemismo.

Certo è che se c’è un suo concerto nelle vicinanze non posso perdermelo, assolutamente!!!

Così mi sono ritrovato al grande evento in quel di Montichiari (città alquanto esotica in provincia di BS).

Io e Lucia siamo sulle gradinate e gli amici, anche loro fedelissimi dell’amico di Mauro Repetto, giù nella folla.

Sì, sto diventando vecchio, ma mai scelta fu più azzeccata; le gradinate ti permettono di muoverti più liberamente, di respirare aria molto meno sudata e soprattutto di poter riposare le stanche membra nelle pause.

Dopo la prima canzone il mio scetticismo ha fatto spazio al Grupie che c’è in me e grazie anche ad un Max rigenerato ha preso vita uno dei concerti più belli della mia vita.

Mi sono accorto immediatamente che non ero lì per Max, ma per tutte le sue canzoni.

Sono un mix spettacolare di vita e non ce n’è una che non abbia dedicato a qualcuno: le ballate d’amore ovviamente alla mia splendida ed entusiasta compagna di vita e di concerto, le canzoni sull’amicizia agli amici nel parterre, con i quali incrociavo gli sguardi automaticamente quando sentivamo le note che accompagnano la nostra amicizia da sempre, a chi non c’è più ed egoisticamente a me.

Io che mi sento (ora più che mai) quel vecchissimo Peugeot “ai piedi di una strada che sale su ripida e dissestata” e che ha una voglia matta di arrivare in cima per poter vedere realizzati i propri sogni, progetti e desideri.

Perciò grazie Max per questo viaggio in lungo, in largo e nel profondo di me stesso.

P.S. l’apoteosi del concerto è stato ovviamente il nostro bacio rubato dalle telecamere e mandato sul maxi schermo accompagnato dall’ovazione del pubblico con il sottofondo di “Come Mai”.

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M.

Al calar del sole

Il Mistero del Sogno nel Tempo

9 novembre 2015

«Quel che il tuo cuore non vede e non sa, quel che il tuo cuore trattiene e non dà!»

Prendete una fredda serata d’autunno, una coperta, una tazza di un buon tè e magari anche un fuocherello acceso. Aggiungeteci una bella musica di sottofondo, un po’ di nebbiolina e una luce soffusa. E già questa mi sembra una serata allettante. Ma se ci aggiungete la meraviglia di un sogno allora la serata diventa magica.

Tutti abbiamo dei sogni nel cassetto, molti hanno il coraggio di provare ad inseguirli e solo pochi riescono di fatto a realizzarli. Ma quando accade, quando una persona realizza un suo sogno, in qualche modo tocca il cielo con un dito. E, se è fortunata, riuscirà anche a fermarsi un momento e guardando il suo presente potrà dire: “ si ce l’ho fatta”. Non ci si può accontentare, non ci si può fermare, bisogna costruire un altro sogno, un altro obiettivo, un altro progetto. E tutti i nostri successi, e tutti i nostri sogni avverati saranno “solo” la spinta, il coraggio per il sogno successivo.

Nella mia vita ho avuto numerosi sogni: volevo essere una giocatrice di basket, volevo essere una cantante o un’attrice, volevo essere una mamma, volevo essere una maestra. Pian piano alcuni sogni si sono modificati, alcuni sono stati realizzati, altri stanno prendendo forma, altri ancora sono in corso proprio ora. Ma tra questi numerosi sogni una costante è sempre stata quella di fare la scrittrice. E’ un sogno enorme, poco definito, poco delineato, quasi sussurrato. E’ lì in una parte della mia vita, quasi nascosto, un poco ignorato ma mai dimenticato. Anche per questo amo leggere, amo scoprire chi sono i miei scrittori preferiti, cosa fanno nella loro vita.

Pochi giorni fa mi ha scritto Valentina. Valentina penso sia una sognatrice, proprio come me. Ci siamo conosciute a Bologna, in una squadra di basket che aveva nel cuore il sorriso che si può raggiungere con quella palla a spicchi più dei punti segnati. Così, quando mi ha detto che aveva scritto un libro, ho pianto un po’ perchè quel libro l’ho sentito subito dentro di me. E si sa che quando le cose arrivano nel profondo non si staccano più.

Con il suo meraviglioso romanzo di esordio, Il Mistero del sogno nel tempo, Valentina ha realizzato un suo sogno e io non potevo che scrivere un po’ del suo sogno su questo meraviglioso blog, sogno mio e di Marta. Insomma mi sembra giusto supportare un sogno con un altro sogno, no?

Ricordate lo scenario descritto all’inizio? Fuocherello, coperta, tazza di tè. Ecco, con questo libro aggiungerete a questo scenario un po’ di pirati, un po’ di magia, un po’ di viaggi nel tempo e un po’ di due anime che si rincorrono, incontrano, si assaporano, si meravigliano, si assaggiano e non si lasciano andare. Insomma una storia d’amore che invita a sognare, che invita ad amare, che invita a sorridere.

Allora prendetevi una serata per voi stessi, allestite il vostro scenario ideale e fatevi un bel regalo (meno di 2 euro proprio ben spesi su amazon!). Fatelo per Valentina, fatelo per me, fatelo per voi stessi. Ma soprattutto fatelo per ricordarvi dei vostri sogni, di come sia importante continuare ad inseguirli, di come sia fondamentale cercarne di nuovi.

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G.

Al calar del sole

Autumn in Beijing

5 novembre 2015

Ogni esperienza, se analizzata e vissuta consapevolmente, diventa vissuto, entra in noi attaccandosi ad un piccolo dettaglio per modificarlo. Non significa migliore, non significa peggiore. Semplicemente diverso. Piccole cose in noi sono in transizione e quasi non ci accorgiamo che i nostri gusti, il nostro pensare, i nostri modi di fare, il nostro accento si modificano. E se è vero che il mio accento bresciano non accenna a sparire ed è chiaramente riconoscibile quando parlo in un altra lingua, è vero anche che ho iniziato ad accettare il cibo leggermente speziato o piccante, i noodles quasi quasi non mi dispiacciono e se un bagno pubblico non ha le porte non mi scandalizzo più di tanto. Ma soprattutto in questi giorni mi rendo conto di coltivare un piccolo grande amore e così piano piano e immediatamente mi sto innamorando dell’autunno.

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Delle piante che diventano gialle, arancioni, rosse. Delle sciarpe enormi nelle quali ci si può avvolgere rendendo la netta distinzione tra sciarpa e coperta sempre più sfumata, quasi inesistente. Delle tazze di te infinite, degli infusi cinesi, delle tisane, dei thermos, delle bevante bollenti che hai paura ad assaggiare perchè scottarsi fa male, ma che scaldano punti ai quali non si pensa di poter arrivare, che scaldano davvero dentro un po’ tutto, anche il cuore. Dei libri letti in un fiato, di quelli gustati, delle parole rilette, delle frasi che rimangono impresse, dei paragrafi che sembrano poesie, dei personaggi che vorresti davvero conoscere, delle storie che vorresti vivere e di quelle dalle quali stai alla larga. Delle fotografie che scorri, che stampi, che riguardi, che ritraggono il passato, che sono dentro al presente, che imprimi nella tua mente. Delle chiacchiere a lume di una lampada a forma di tour eiffel, in una caffetteria che sa di legno, che sa di caffè, che quasi quasi sa di casa. Degli ultimi raggi di sole che scaldano ancora, che illuminano i visi, che spingono tutti a rinunciare allo studio, che fanno dire cosa facciamo di bello che forse è l’ultima giornata d’amare. Quel sole che fa vivere il presente, perchè domani potrebbe essere troppo tardi, troppo freddo, troppo lontano, troppo reale.

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Degli innamorati cinesi che si vestono uguali, perchè così magari pensano di essere più vicini, che si tengono per mano, che passeggiano, si baciano, che si guardano credendo che sia per sempre. Perchè per sempre, quel momento, lo è davvero. Dei bimbi con gli stivaletti, i cappellini e i guanti più grandi di loro che mi dicono “hello”, e dei genitori miei coetanei che guardano con orgoglio il figlio che saprà parlare una lingua che loro non conoscono.

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Delle chiamate fino a tarda notte, per restare in contatto, per mandare un abbraccio, per dire che ti voglio bene, per dire comunque ci sono, per dire forza anche questo momento passerà, per dire che sono felice, per dire che sei parte di me. Delle parole sussurrate, dei baci rubati, dei ti amo spaventati, dell’incertezza del domani, della convinzione di esserci, della felicità del provare, della soddisfazione del successo. Della linea sottile tra libertà e solitudine, dell’essere ciò che siamo, ciò che mostriamo di noi, ciò che gli altri vedono in noi. Dei film in compagnia, della nuova canzone di Adele, del suono dello strumento cinese in un giardino pieno di fiori. Dei vecchietti che passeggiano piano piano, guardandosi attorno, o forse perdendosi nell’altro, quando uno è sostegno dell’altro, bastone e rinforzo. Dell’amore per questa stagione un po’ sottovalutata, un po’ ignorata. Non ha la frizzantezza e la rinascita della primavera, non ha la gioia, l’entusiasmo e la libertà dell’estate, non ha il fascino, il mistero e la maestosità dell’inverno. Passa così, inosservata, eppure fa il suo corso, è la parte finale del caldo, è il preludio del freddo. Mi sarò forse innamorata di questa stagione perchè mi sento un po’ così anche io, un po’ in mezzo, non sono in rinascita, non sono libera e leggera, non sono misteriosa e affascinante. Ma sono piena di colori caldi e di profumi delicati che mi fanno sorridere, poi respirare, poi sorridere ancora. Se avessi un piatto di tortellini in brodo sarei alle stelle. O forse preferirei un bacio al sapore di tè. E invece ho una Cina meravigliosa che mi fa scoprire cose nuove, persino la gioia di una stagione che avevo solo sfiorato, ignorato, sottovalutato e che in questa tiepida Beijing ho assaggiato e sto imparando a gustare.

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G.