Al calar del sole

Cara Umanità

22 novembre 2015

Cara Marta,

pace-parigimi hanno chiesto dove fossi quando ci sono stati gli attentati la sera del 13 Novembre a Parigi. Marta io stavo dormendo perché sono dall’altra parte del mondo. Ma quando mi sono svegliata, avevo un numero incredibile di messaggi nel gruppo degli internazionali “occidentali” con le condoglianze per i francesi. Pochi attimi per capire e il resto della giornata passata a documentarmi.

Su Facebook un trionfo di razzismo, di paura, di messaggi scontati, di facce diventate rosse bianche e blu, di hashtag con preghiere scritte da atei, di frasi della Fallacci, di luoghi così comuni che non sembrano nemmeno possibili.

Cara Marta, tu mi chiedi cosa ne penso. Cosa ti posso dire che non sia stato ancora detto? Ti posso dire che il mio vicino di camera è francese, è di Parigi e due suoi amici sono morti in quell’attentato. Non può tornare, abbiamo gli esami, il biglietto costa tanto e il viaggio è lungo.

Ti posso dire che ho fatto le condoglianze ad una ragazza francese, mussulmana, e lei ha reagito come se non si sentisse “abbastanza” per accettare le mie condoglianze.

Ti posso dire che comprendo la paura, che capisco che tutto sia diventato più reale perchè sono stati i nostri vicini di casa stavolta ad essere stati attaccati, perché una nostra connazionale è morta, perché hanno detto che saremo noi i prossimi. Io la paura la capisco, davvero.

Però voglio anche che non si dimentichi che non siamo solo la Francia, ma siamo anche la Siria. Anche l’Iraq. Anche la Russia, il Libano, la Nigeria.

Cara Marta, cosa devo dirti? Che nonostante tutto questo, nonostante tutto quello che sto leggendo credo che sia assolutamente fondamentale la libertà che ognuno ha di poter dire quello che pensa. Ti posso dire che vorrei avere più tempo, più coraggio, più abilità per spiegare che penso sia fondamentale aver ben chiara la differenza tra religione ed estremismo, tra libertà e costrizione, tra guerra e pace. Vorrei saper spiegare con parole efficaci che i miei amici musulmani non devono essere mandati a casa (ma poi che casa?) per il loro credo. Vorrei non dover sottolineare che il colore della pelle è solo una sfumatura di una stessa sostanza, perché vorrei che questo fosse scontato, vorrei che nel 2015 fosse ovvio. Vorrei che non si reagisse al terrore con la chiusura perché la collaborazione, l’amore, il dialogo sono il punto forte dell’uomo, non le bombe, non gli attacchi, non l’odio.

Cara Marta, mi chiedi di dirti cosa penso, ma se lo faccio mi accusano di essere una sognatrice, un’idealista, una comunista, una piccola viziata, una bambina, un’ingenua.

Non lo so, Marta, alcuni dicono che la terza (o forse è meglio chiamarla quarta, o forse quinta?) guerra mondiale è già scoppiata, altri pensano che sia inevitabile, altri ancora ritengono che una guerra mondiale è una cosa passata, di altri tempi che non si potrà più ripetere.

Cosa devo dire Marta? Abbiamo studiato per anni la storia, di come le guerre non abbiano portato che altre guerre, che  altre divisioni. Ma io una soluzione non ce l’ho. Quello che posso dirti, cara amica, è che io ancora ci credo. A cosa? All’essere umano, alla collaborazione, all’uguaglianza, all’amore, al rispetto, alla pace, alla libertà di espressione e di credo.

Ieri ho scritto un post su Facebook. Ancora non mi ero esposta, non avevo trovato il coraggio o forse la voglia. O forse il silenzio mi era sembrata la migliore reazione. Ma ieri ho scritto un post nel quale ho raccontato un esempio di collaborazione, di unione, di amore oltre confine, di sensibilità, di diplomazia, di scambio, di rispetto, di qualcosa che andava oltre il momento e il luogo. Questo è quello che ho scritto nel post: “La ragazza francese, alla fine della lezione, si avvicina ai due signori Pachistani, musulmani, e con le lacrime agli occhi chiede scusa. Chiede scusa perché il professore continuava a dire che i musulmani hanno attaccato la Francia. Chiede scusa perché il mondo continua a fare confusione tra isis e religione. Chiede scusa perché i morti francesi sembrano essere più importanti dei morti di altri Paesi. I Signori la ringraziano e dicono che lo sanno che sono solo alcuni a confondersi, alcuni ad odiare, alcuni che non hanno ben chiare le cose. Dicono che sanno che nel mondo c’è tanto amore e credono che questo possa vincere, un giorno. Ho i brividi. Insistete pure a dirmi che devo smetterla, che devo smettere di credere nell’essere umano. Ma l’essere umano, oggi, nella lezione di corporate governance ha vinto. Ha stra vinto.”.

Marta, questo post ha ricevuto 98 mi piace ed è stato condiviso 17 volte. Non te lo scrivo per vantarmi, ma te lo scrivo per dirti che non siamo sole. Se a queste persone è piaciuto, se queste persone l’hanno condiviso, Marta, allora vuol dire che anche loro credono nell’essere umano.

E allora sono qui a scriverti quello che sento, quello che provo. Perché se è vero che sono un’idealista, sognatrice, ingenua ragazzina viziata, è vero anche che credo nel potere della comunicazione, delle parole, dello scambio di opinione e nelle lettere scritte con il cuore. E credo nel nostro blog. Perché possa essere ancora una volta #notfarenough, un non abbastanza lontano per tutte quelle persone che ancora ci credono, che ancora distinguono, che ancora non seguono la massa, che ancora si fermano a riflettere, proprio come hai fato tu, cara Marta, chiedendomi di scrivere dicendomi “non stiamo zitte, non questa volta”.

G.

Cara Giulia,Foto Afp Jack Lang e Combo-kPC-U430605379555059VD-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443

è strano come i luoghi siano la rappresentazione fisica e concreta di astratti e personali ricordi. Due settimane prima di quel tragico venerdì ero a Parigi, e aspettavo su un marciapiede dell XI arrondissement un taxi dopo un bella serata. Fino a due settimane fa l’ XI arrondissement era un ricordo felice, ora no. Ora quelle strade come le altre zone colpite dalla follia omicida sono un ricordo che fa paura, un ricordo che da forma e sostanza alla paura, un ricordo che genera l’odio, una sorgente e un pretesto per altro odio.

Una paura vuota e sorda che porta ad affinare la vista, a tendere l’orecchio, a sentire nell’aria la minaccia e a snaturare la quotidianità. Una minaccia che nasce da un odio viscerale e profondo, un odio indiscriminato e cieco, un odio prepotente ed egoista che infanga e fa vergognare un credo secolare, la bellezza di una società millenaria e l’identità di più di un miliardo e mezzo di musulmani.

Un odio che violenta l’umanità, i valori di comunità libere e democratiche, le sacre scitture e le parole del Profeta. Un odio che veicola azioni subdole apparentemente nel nome della comunità islamica, e che concretamente punta a radicalizzare un conflitto ideologico ai cui estremi ci siamo noi contro loro.

Cara Giulia ora ti dico che ben venga questa radicalizzazione tra noi e loro. Dove per noi intendo noi cristiani, ortodossi, protestanti, luterani, mussulmani, taoisti, buddisti, laici, atei e loro i fondamentalisti e i terroristi .

Noi che siamo quelli minacciati, spaventati, scossi e sconcertati dalle immagini di quella notte tremenda, i Francesi che lasciano fiori e messaggi di speranza,le famiglie Siriane, Libanesi, Irachene e Yazide che sopravvivono ogni giorno, i Peshmerga e i miliziani Curdi che lottano contro lo scempio dell’ISIS. Noi che definiti perbenisti aborriamo le armi e rifiutiamo l’idea di bombardarli tutti. Dove tutti è un generico e confuso obbiettivo, diametralmente opposto ma paradossalmente uguale a quello che i terroristi sognano di colpire.

Pur avendo conseguenze limitate, le affermazioni razziste e le promesse di vendetta hanno la stessa matrice, la stessa scintilla che portata alla sua massima intensità ha portato alla pianificazione prima e realizzazione dopo di quegli atti brutali. Inneggiare all’odio è per quanto mi riguarda assottigliare la linea di demarcazione tra noi e loro, è fare il loro stesso gioco, giocare alle loro regole, essere in sostanza come loro.

Cara Giulia neanche io ho una soluzione e non ho neanche la pretesa di averla. Sono tra quei fortunati a non aver cari tra le vittime, sono una di quelli a cui si potrebbe dire ma cosa vuoi saperne?

Io non so davvero niente, ma leggo testimonianze d’amore, lettere di mariti ora vedovi che non vogliono odiare, orfani che non vogliono darla vinta, genitori che insegnano ai figli che non è giusto arrendersi alla paura. Vedo gente che condanna l’odio tenendosi per mano, marciando, lasciando fiori e cantando. Vedo le vittime che continuano a scegliere la vita, continuano a scegliere di essere umani.

E come hai detto tu il nostro blog vuole essere un #notfarenough dall’umanità viva e vera, dall’umanità frutto di secoli di storia e di integrazione, da un’umanità che fiera è protagonista del suo tempo presente e di quello futuro, un umanità che si riprende i suoi luoghi e che strappa dal filtro nero dell’odio i suoi ricordi.

M.

 

You Might Also Like

2 Comments

  • Reply Danielita e beppino 22 novembre 2015 at 20:14

    La speranza non morirà mai se ci sono ancora giovani come voi .GRAZIE

  • Reply luciana 22 novembre 2015 at 23:31

    Avanti tutta con la stessa vostra convinzione: l’uomo è uno al di là del credo religioso, dell’etnia e della razza.
    Quello che conta è il cuore e ciò che in esso abita: amore oppure odio.
    L

  • Leave a Reply