Al calar del sole

Childhood’s everlasting habit

16 luglio 2015

Un braccio fuori dal finestrino di un’auto che senza una meta precisa corre su una provinciale in un giorno di metà luglio, un braccio che spunta e una mano che si lascia condurre dal vento in una serie di evoluzioni morbide e dimesse.

Questa è l’immagine del mio rientro nell’ afosa estate italiana, il caldo che ti sveglia la mattina e che implacabile ti accompagna a letto la notte, le fronti imperlate e i capelli raccolti, quella frazione di puro godimento quando anche il collo respira e per un attimo la morsa della calura si placa. Gesti usuali e consuetudinari, e per questo impercettibili non solo agli occhi degli altri ma anche a noi stessi.

Gesti a cui ho cominciato a fare caso da quando, svegliarsi la mattina accaldata e guardare un cielo azzurro che da quanto splende quasi fa male agli occhi, sono diventati piacevoli perché sorprendenti novità. Questo caldo e questo cielo non ci sono nella city, non capita spesso di cercare l’ombra e di sedersi su un gradino perché l’asfalto brucia e anche le ringhiere dei palazzi scottano.

A chi piace questo caldo starete pensando, beh a me no di certo…ma sapete cosa mi piace?

Mi piace lasciare che il caldo sia combustibile di quei ricordi, che risvegliati generano ulteriore calore sotto forma di emozioni fugaci, di mezzi sorrisi, che involontari scappano nel vedere la faccia di un bambino stupito, quando l’ultima parte del ghiacciolo, proprio quella che rimane sul legnetto lo tradisce e cade sulla canottiera, lasciando una zuccherina macchia e una sottile insoddisfazione per una merenda incompleta.

Ma quello che ancora di più mi piace è trovarmi su una Panda, con il mio migliore amico di fianco che canta la nuova canzone di qualche artista italiana, che io non essendoci non conosco, e silenziosamente ammirare quella stanca danza al quale il vento invita la mia mano, fin da quando non c’erano ne anelli alle mie dita ne braccialetti ai miei polsi e quando il mio posto era dietro, magari sul più scomodo seggiolino di plastica.

Abitudini senza fine della mia infanzia, la dinamica consueta di dita che solleticano e si fanno solletvalzericare dall’aria, il ritmo confusionario ma regolare. I capelli che vogliono partecipare anche loro e si protendono verso il finestrino ma vengono ricacciati dal vento al loro posto, non c’è spazio per terzi, è una danza privata. Privata e personale come è la sensazione di casa, di famigliarità, di gesti semplici in cui trovarsi e volontariamente perdersi. Esteriorizzando questo inaspettato déjà-vu con i muscoli che si rilassano, il collo meno teso, la postura abbandonata sul sedile blu scuro con i piedi che finalmente si liberano dai sandali e nudi accarezzano il tappetino della macchina.

Un braccio fuori dal finestrino, il connubio perfetto tra il sole che brucia la pelle e il vento che le da sollievo mentre i riflessi del sole si infrangono e rifrangono nei mille colori di un anello proveniente da un altro continente. L’estate troppo calda dopo il troppo grigio, il mio ritorno e la prossima partenza, circolari quotidianità e l’ennesimo giro di valzer.

M.

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