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Casa dolce casa

2 ottobre 2015

Anni fa, mi è stata offerta la grande opportunità di vivere in un altro Paese per un periodo di tempo non indefferente, 11 mesi. Avevo 15 anni e come me c’erano ragazzi e ragazze provenienti da tutto il mondo. Nella mia stessa città, c’erano dei Brasiliani, Messicani, Thailandesi e Svizzeri. Durante gli undici mesi, se prima si parlava solo dei nostri Paesi di origine, poi si parlava solo di quello che stavamo vivendo. E tra le risate, gli scambi di idee e i racconti, si nascondeva sempre ciò che in realtà ci legava più di qualunque altra cosa : la paura. Sempre palpabile, sempre presente. Più acuta nel primo periodo, ma mai evaporata. Semplicemente a poco a poco era diventata una paura diversa. L’ansia che prima era tutta focalizzata su come trovare nuovi amici, adattarsi, su come padroneggiare le stranezze della nuova lingua, era diventata la perenne domanda: “cos’è che mi manca?”. Ad un certo punto la questione non era più da quanto tempo eri lì, ma da quanto tempo eri via. Ti rendi improvvisamente conto che la vita a casa è andata avanti senza di te. Le persone sono cambiate. E sei cambiato anche tu. Vivere all’estero ti cambia profondamente, alcune parti di te si vanno a nascondere nel profondo del tuo spirito, altre invece emorgono più o meno spontaneamente. E in effetti è proprio uno dei motivi che ti ha spinto a fare la scelta di partire, in fondo volevi che ciò che acadesse, volevi cambiare, volevi porti davanti ad una situazione difficile per vedere come avresti reagito. Volevi allontarti dalla monotonia che ti stava a poco a poco arrugginendo e non appena lo hai fatto, ti sei reso conto di quanto di te, come persona, fosse più che altro legata al tuo luogo di residenza.

Tutto allora inizia ad essere eccitante, divertente. Anche entrare in un negozio per chiedere di comprare un asciugacapelli, perché lo fai in una paese diverso, in un luogo diverso, in una lingua diversa, con un atteggiamento diverso.

Impari a stare da solo, a passare giornate intere nella tua solitudine ed impari a starci bene, impari a conoscerti, inizi a creare delle tavole rotonde nella tua mente dove ogni parte di te ha il suo posto a sedere. E tutto questo ti fortica a tal punto che trovi le energie per iniziare a costruire una nuova vita.

Però c’è sempre la paura. Tu costruisci la tua nuova vita, ma quella vecchia continua ad andare avanti a casa. E più il tempo passa, più le differenze tra le due aumentano. Tu cambi, gli altri cambiano e ti rendi conto di come si sia venuta a creare una certa incompatibilità tra te e alcune persone della “vecchia vita” che semplicemente non possono più avere un posto nella tua storia, da nessuna parte. E ti stupisci a ripensare a come fine a qualche mese prima, non facevi altro che parlare e scherzare con loro e di come fosse piacevole farlo. Non più oramai.

E tornando a casa, la linea di demercazione si fa più netta e impenetrabile. Ti senti quasi un estraneo, un immigrato, come se i termini “paese d’origine” e “paese ospitante” si fossero inspiegabilmente inveriti. Non sai più riconoscere qual è casa tua, ti senti ancora più sperduto di quando eri partito la prima volta, ancora più impaurito. Dopo un po’ però capisci. Adesso hai due case, due case che rappresentano due diverse vite, con diversi affetti, due diverse personalità. E d’ora in avanti quando vivrai in una di esse, ti domanderai spesso cosa ti stai perdendo “a casa” e non vedrai l’ora di poterci tornare per immergerti di nuovo nel te-altro, che non vede l’ora di poter tornare a galla e respirare di nuovo.

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