Guests

Gli occhi grandi del Madagascar

10 ottobre 2015

Un viaggio lo puoi organizzare: scegli la meta, ti informi, studi. E poi internet, Google Earth, TripAdvisor… sì, lo puoi pianificare anche nei minimi dettagli. Ma non puoi prevedere gli incontri, gli odori, i colori, le sensazioni, le emozioni, che poi sono l’essenza stessa del viaggio, il vero motivo per cui si decide di partire.

MadagascarNosi Iranja è una piccolissima isola a nord ovest della Terra Grande, come i malgasci chiamano il Madagascar: una spettacolare striscia di sabbia fine, bianca, impalpabile ad unire due puntini di crosta terrestre emersa, ricoperti da una rigogliosa vegetazione tropicale, e tutto intorno acqua indicibilmente cristallina, dalle infinite tonalità azzurre e verdi. Barche veloci vomitano quasi quotidianamente turisti su questo paradiso, per poi riportarseli via già nel primo pomeriggio: ed allora vivi l’incanto di questo incredibile minuscolo pezzo di mondo.

 

Un piccolo resort, una manciata di bungalow a ridosso della collina, posizionati senza soluzione di continuità in adiacenza ad un villaggio malgascio di circa 350 anime; è così che mi immaginavo l’isola, ma non potevo prevedere il turbinio di emozioni che avrei provato vivendo per qualche giorno a strettissimo contatto con la popolazione locale. Un villaggio di capanne di foglie di palma: piccole palafitte a protezione dalle violente piogge monsoniche; il pozzo comune a cui attingere l’acqua trasportata in contenitori che donne dall’incedere elegante mantengono saldamente posizionati sulla testa; la notte il vocio delle persone che puoi solo immaginare nel buio quasi totale: solo qualche fioca torcia qua e là e la luce dello schermo dell’unica televisione del villaggio, intorno a cui a fine giornata si accalcano adulti e bambini.

Già, i bambini! Il Madagascar è un paese giovane, con un’aspettativa di vita di circa 65 anni ed i bambini sono dappertutto: se ne vedono tanti giocare chiassosi per le strade polverose, o incitare, nel luccichio dell’acqua nella controluce di un tramonto infuocato, barchette costruite con legnetti e fragili vele di sacchi della spazzatura.

Curiosi ti si avvicinano, ti chiedono, alcuni sommessamente altri sfacciatamente, una caramella, ma sempre ti offrono generosi sorrisi. È facile stabilire con loro un contatto; i più piccoli ti prendono per mano ad improvvisare un girotondo, ti toccano, ed allora senti l’inconfondibile afrore di pelli africane, nere color dell’ebano.

Qualche foto e ti si accalcano intorno, le piccole dita incrostate di giochi terrosi all’aria aperta scorrono veloci sul display della macchina fotografica a rivedere le immagini scattate: si riconoscono, ridono, commentano, si scherniscono.

Li guardo: la mia immagine riflessa nei loro immensi occhi scuri, i loro volti impressi per sempre nel mio cuore intenerito.

L’ultima notte prima di partire non riesco a dormire: forse il caldo, forse la preoccupazione di ritrovare nel letto il topo visto la notte precedente… no, più plausibile la malinconica tristezza che ti prende quando sai di dover lasciare un posto a cui in qualche modo ti sei affezionata; esco dal bungalow, sopra di me un improbabile cielo traboccante di stelle che la linea dell’orizzonte fatica a contenere: magnifiche,incredibilmente lucenti, come gli occhi grandi ed indimenticabili dei bambini del Madagascar.

 

L.

 

Madagascar

You Might Also Like

1 Comment

  • Reply Luciana 11 ottobre 2015 at 22:36

    Brava sorella!!!!

  • Leave a Reply