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Identità temporanee

12 luglio 2015

 

 


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L’oscurità che si abbatteva ogni giorno troppo presto sulle mie giornate a Oslo e un budget limitato per sopravvivere sei mesi nella città più cara del mondo hanno contribuito a definire quelle che sarebbero diventate le abitudini alimentari del mio soggiorno norvegese. Un solo pasto caldo al giorno, tantissimo salmone perché costava meno del pollo, tantissima cioccolata norvegese perché si era rivelata essere la cosa più buona che io avessi mai assaggiato e una severa dipendenza dal caffè da asporto perché almeno tiene calde le mani quando esplori la città a diciotto gradi sottozero. Quando si parte per un erasmus la parola d’ordine è: adattamento. Come mi sono adattata a giornate prive di luce in inverno e prive di buio in estate, a uno studentato dove almeno una volta alla settimana suona l’allarme antincendio, a una città meravigliosa ma popolata da persone che non sorridono, mi sono anche adeguata alle nuove abitudini alimentari che sono entrate in modo naturale a far parte della mia routine. Mi sono appesa uno specchio in camera, cosa che non avevo a casa mia, e la vista della mia faccia sbattuta nel weekend mi ha insegnato a truccarmi anche nei giorni in cui non avevo bisogno di uscire di casa. I saldi nelle catene di abbigliamento svedesi H&M e Lindex hanno completato il quadro: ho accolto nel mio guardaroba fiori, pizzi e pallini. Vestiti con cui mi sarei sentita vagamente a disagio a casa, ma che a Oslo si intonavano a meraviglia con l’ambiente e con il mio umore. Tutti questi piccoli cambiamenti mi sembravano una naturale conseguenza dello spirito di adattamento: cibo diverso, vestiti diversi… Mi sarei accorta più tardi che invece erano qualcosa di più: la ragazza leggermente dimagrita, griffata Lindex, che si aggirava per le strade di Oslo con un caffè Deli De Luca in mano altri non era che la mia identità norvegese.

Nei tre mesi che ho passato a Toronto mi sono fatta conoscere per le mie torte. Ho fatto incetta di utensili e coloranti e ho dato pieno sfogo alla mia creatività. Credo di aver fatto storia, con le mie torte, nell’ufficio dove ho fatto il mio tirocinio. Durante il mio soggiorno canadese ho avuto la possibilità di stare a stretto contatto con un ambiente culturale molto stimolante, ho lavorato come fotografa ufficiale agli eventi promossi dall’Istituto di Cultura, ho conosciuto un ampio spettro di personalità legate a quest’ambiente e non solo. La mia identità canadese era vestita business casual, mangiava sushi almeno una volta alla settimana, aveva le unghie lunghissime e sempre curate, si intratteneva a chiacchierare con i consoli di diversi Paesi europei, degustava birre canadesi e soprattutto faceva le torte. Torte bellissime. La mia identità canadese è stata quella che ha sperimentato per la prima volta la sensazione di non essere più una studentessa ma di aver iniziato a funzionare nel mondo degli adulti.

E poi sono andata a stare a New York e un nuovo stile di vita si è imposto sulle mie giornate. Nel giro di una settimana, avevo già preso pieno possesso di quella che sarebbe stata la mia nuova identità per quel soggiorno. Cinque chili in meno, pantaloni neri dentro gli stivali, unghie cortissime, un fiore tra i capelli legati. Sempre un filo di trucco, sempre un sorriso sulle labbra. Parlavo quattro lingue contemporaneamente, davo lezioni di italiano, frequentavo ristoranti messicani e tornavo a casa in taxi a notte fonda. E poi, verso la fine del mio visto turistico di tre mesi, me ne sono andata tutta sola a vedere il sole tramontare in California. Non ho fatto nemmeno una torta durante il mio soggiorno a New York, non ero più la persona che ero stata pochi mesi prima a Toronto, ero qualcun altro. A New York ero di passaggio, mi stavo godendo gli ultimi strascichi di quella libertà che hanno i neolaureati disoccupati e lo stavo facendo nella città più stimolante del mondo.

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Tornata in Europa, mi sono trasferita a Cracovia, dove ho trovato quasi inaspettatamente lavoro nel mondo delle multinazionali. Il mio vocabolario si è riempito di acronimi, il telefono è diventato un’estensione del mio corpo. Con lo stipendio che magicamente appariva ogni mese nel mio conto in banca compravo borsette dentro cui portare il PC aziendale. Il rosso è diventato ufficialmente il mio colore di capelli e ho imparato a portare i tacchi, ma solo quando mi andava. La mia vita sociale spaziava dalla macchinetta del caffè in ufficio ai pub del centro, ma nonostante cambiassero contesto e bevande, le persone con cui la condividevo erano sempre le stesse. Adulta, impiegata, sono diventata un’esperta di birre artigianali e piscine termali. Sono rimasta più di due anni, ma anche lì un bel giorno è arrivato il momento di dire do widzenia.

Spinta da quell’attrazione per il nord Europa che non mi ha mai abbandonato, sono sbarcata in Svezia in veste di studentessa. Con i risparmi di due anni di lavoro mi sono concessa il lusso di tornare all’università e dedicarmi solo a quello. Al buio dell’inverno scandinavo ormai do del tu, e non metto più i tacchi da un anno. Avevo passato i 20 da due anni quando andai per la prima volta a studiare in Norvegia, e a due anni dai 30 mi sono regalata un master in Svezia. Cinque Paesi dopo, il mio ultimo trasferimento sembra il completamento di un cerchio perfetto iniziato qualche anno fa in Scandinavia. A ogni spostamento è corrisposta una nuova identità, e all’entusiasmo di ogni nuovo inizio si è affiancata la voglia di rimettersi nuovamente in gioco e reinventarsi. Forse il grande mistero del vivere con la valigia sotto il letto è racchiuso lì. Chi dice che viaggiando ha conosciuto se stesso, secondo me, dice una mezza verità. Viaggiando non conosci te stesso nella tua unicità e completezza, ma impari a conoscere, invece, le infinite sfaccettature della tua individualità e le svariate persone racchiuse nel tuo potenziale di individuo. Io viaggiando ho incontrato tante me stesse che nei vari Paesi dove ho soggiornato per qualche tempo hanno avuto modo di affiorare e farsi conoscere, ognuna una diversa espressione della mia identità che poteva solo avere senso nel suo tempo e spazio. E a cui penso e che ricordo come vecchie amiche con cui ho condiviso i miei viaggi.

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E.

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1 Comment

  • Reply Luciana 28 luglio 2015 at 22:05

    Questo è vivere …….saper adattarsi e mutare la propria identità a secondo delle situazioni. D’altra parte questo accade anche stando a “casa” poichè l’incontro con persone diverse in momenti differenti della nostra vita ci porta comunque ascoprire diverse identità racchiuse in noi.

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