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Viaggiare, ovvero confessioni agostiniane per nomadi dispersi.

7 agosto 2015

I filosofi sono dei tipi tranquilli. Si dice che non sentano la necessità di muoversi tra spazio e tempo per dare un senso alla vita. I mistici, dell’Oriente o dell’Occidente che siano, ritrovano nell’ascesi la loro dimensione umana.

E io? Io viaggio, ma non ho ancora capito il perché.

C’è chi si sposta per le presunte necessità del Ventunesimo secolo, chi per amore, chi perché è semplicemente nato così (i turisti non vanno calcolati, vedi la voce ‘divertissement pascaliano’). Ecco, io faccio parte di coloro che sono usciti dalla placenta con moto centrifugo e ora si ritrovano a trottolare in giro per il mondo. Zaino, valigia, pesa valige, biglietto. Stampato? No. Corri. Gli occhiali! Dove sono? Tanti saluti agli addii, aveva ragione Tondelli. Bene, si parte.

Siamo in cerca di qualcosa o “semplicemente” abituati così? Non saprei.

Forse non è proprio la meta lo scopo del viaggio (no, non sono Kerouac, né Frusciante, né Holden), non è qualcosa che c’è al di fuori di noi quello che vogliamo, ma un innato desiderio di cambiamento. L’unico ragionamento che hai fatto, l’hai concluso la prima volta che ti è stata raccontata una storia, era ed è: viaggerò per sempre. Detto ciò, ogni scelta è sincera, ogni decisione viene presa con un colpo di reni e il volto stanco, quasi sicuramente con gli occhi che navigano nel tramonto, intravisto al di là del finestrino di un treno o attraverso un oblò. Ispirati o consolati da un paesaggio rurale, ci scontriamo costantemente con la voglia di riscoprire le radici di chi non ha radici: la Terra.

La spinta. La forza motrice è una pulsione viscerale, un mal di pancia, non siamo trainati da qualcosa. In fondo, puntiamo il dito sulla mappa quasi per caso. È una luce interiore che ad un certo punto ci induce a preferire l’immersione delle mani nella sabbia del deserto al sentire la neve sferzante sul volto. Non potrebbe essere altrimenti.

E quando due nomadi si guardano negli occhi, ritrovandoci gli abissi del tempo e i colori di luoghi inaccessibili ai più, cosa provano? A cosa pensano? Cosa si raccontano, al di là delle parole?

È vero, le aquile non volano a stormi. Eletti, ma affini, insostenibilmente grevi, ma evanescenti e leggeri, è possibile che gli incontri di due esseri liberi siano qualcosa di più di una rinuncia o di una passeggiata? Non è data una risposta.10411773_10152578331822150_2662134146651412706_n

Ciò che è risaputo è che probabilmente un’altra mattina ti sveglierai. Avrai sul comodino una bussola che non ti indicherà la strada e un orologio che non ti aiuterà a ritrovare il tempo perduto. Qualcosa, però, sarà ancora con te: degli occhi con cui far specchiare il sole, delle gambe con cui camminare, e il mal di pancia. Starà a te scoprire il ritmo a cui assoggettare la strada, farlo coincidere con i battiti del tuo cuore e ridere così di gioia da far impallidire la luna. E pure le stelle.

 

D.

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